Vera storia antirazzista

Vi voglio raccontare una storia. È un po’ complicata, devo essere sincera. Così complicata che non basterebbero venti pagine per spiegare tutto, figuriamoci un articolo. Ma vi voglio dare un’idea.
La mia mamma è nata a Milano il 3 aprile del 1961.
Il mio papà invece è nato a Casablanca l’8 luglio dell’anno seguente.
La mia mamma ha frequentato il liceo scientifico poi l’università di lingue. Ha sempre avuto il supporto economico dei genitori e ha viaggiato. La mia mamma ha potuto decidere dove vivere, cosa fare, chi frequentare.
Il mio papà invece ha solo la terza media. A vent’anni è venuto in Italia. Il primo tra otto fratelli. Il mio papà ha cercato lavoro, l’ha trovato, poi l’ha perso. Ne ha trovato uno nuovo e così da capo. Il mio papà ha lasciato i suoi sette fratelli, i suoi genitori, la sua casa, la sua vita e una parte di sé. Ed è venuto qui senza un soldo. Aveva la mia età.
La mia mamma e il mio papà si sono conosciuti in un bar di provincia qualche tempo prima che nascessi io.
Giovanni e Anna, i miei nonni materni, non si sono fermati davanti ad un nome un po’ difficile o una pronuncia un po’ particolare. Nonno Giovanni e nonna Anna non hanno mai detto “Ma proprio un marocchino ti dovevi trovare?”
La mia mamma e il mio papà si sono sposati nel 1998. Matrimonio civile.
L’anno dopo, eccomi.
Nonno Giovanni e nonna Anna non hanno mai detto “Ma proprio Leila dovete chiamarla? Un nome più normale no?”
Nonno Giovanni e nonna Anna sono nati in due paesini di montagna nel ’29 e nel ’33. Non avevano mai visto un marocchino, un cinese o un uomo di colore.
Nonno Giovanni e nonna Anna non si sono fermati davanti al pregiudizio perché “Che un bravo ragazzo, un grande lavoratore”.
Io sono nata a Borgo val di Taro, nel 1999.
Ho fatto le scuole elementari e poi le medie. Ho frequentato il liceo e ora l’università. La mia mamma e il papà ci sono sempre. Nonno Giovanni non c’è più. Nonna Anna ancora sì.
Nonno Giovanni e nonna Anna non hanno mai detto “aiutiamoli a casa loro”, che poi ditemi voi chi li aiuta. Tu perché devi? Perché devi usare la scusa del “Ai miei tempi era diverso” oppure “Adesso è tutto un’altra cosa”.
I miei nonni sono la prova che non importa da dove tu venga o in che epoca tu sia cresciuto, con un minimo di apertura mentale al “diverso” ed empatia verso l’altro nessuna costruzione mentale è indissolubile.

Leila Zouinou

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: