Diario clandestino di un ironico immortale

Molto prima che Don Camillo e Peppone iniziassero a litigare nella sua mente, Giovannino Guareschi era un giovane tenente di complemento dalla “scarsa attitudine militare” e dagli “stivali di gelatina di pollo e speroni di burro”.

Il 9 Settembre 1943 l’Italia si sveglia nel caos: nello spazio di una notte nemici e alleati si sono scambiati le parti a seguito dell’armistizio di Cassibile. Guareschi si trova ad Alessandria, nella metà del Paese in mano ai tedeschi dai quali, a un suo rifiuto di combattere per la Repubblica Sociale, viene immediatamente catturato.

Saranno diversi i luoghi della sua prigionia: Czestochowa, Beniaminowo, Sandbostel, Wietzendorf. Scriverà in e di ognuno di essi, come solo un cronista esperto sa fare.

Le parole con cui Guareschi riempie il Diario clandestino hanno la dimensione del racconto, si muovono all’interno di un ambiente malato e cinereo, fra uomini votati alla sopravvivenza o alla morte e i loro aguzzini bestiali.

La fiamma provocatoria che caratterizza la personalità dell’umorista non si spegne nemmeno nel lager, scenario del quale descrive le situazioni più surreali con l’ironia di un novellatore.

Certo, sono righe di piombo quelle che riportano i morsi della fame e la tragicità di una non-vita spesa a contare le ore che mancano al pasto successivo, ma in questa bieca realtà prende il sopravvento un’ironia che si fa viva speranza, allo stesso modo in cui “una pozzanghera assurge quasi alla dignità di un laghetto”.

Una notte d’autunno gli appare in sogno (quel “subcosciente operatore bizzarro che butta all’aria cento bobine, le tagliuzza, mescola i pezzi e li riappiccica in un unico film”) il figlio, il suo personale piccolo principe. Albertino gli si posa delicatamente sul ventre, accarezza il volto scavato di suo padre e lo scruta attentamente; poi, dopo una breve conversazione, va a nascondersi sotto le coperte e un raggio di luna illumina l’austera aquila nazista ricamata sul panno… Albertino la sbeffeggia innocentemente: “ Gaìna?” si interroga. “Speriamo…”.

Gli occhi di Guareschi colgono un mondo celato; la mente lo elabora, la mano lo disegna su fogli di fortuna… E così il raduno di voci nelle baracche trasforma in un saloon le poche assi marce adibite ad abitazione, e gli uomini che contano e pesano le patate del rancio sembrano cercatori d’oro, mentre maneggiano i tuberi scarsi come fossero pepite preziose.

La forza descrittiva di Guareschi è ciò che lo rende vivo, è quel qualcosa che gli permette di valicare il reticolato e fuggire; è pura ribellione, vibrante anche nei racconti più bui, quelli nei quali gli “atti di vana fede” prendono il sopravvento.

I pensieri vivaci si aprono un varco fra le buie rovine della realtà; captano sfumature umane in coloro che uomini furono e che ora, nella privazione totale, sono macerie di uomini.

In questo luogo senza identità, un rito – controllare ogni mattina che le stellette della divisa siano al loro posto, ferme sul tessuto militare, memorie di una terra lontana conficcate nella carne come frasi sulla carta – si carica di insostituibile significato.

 

“Anche in prigionia conservai la mia testardaggine di emiliano della Bassa: e così strinsi i denti e dissi << Non muoio neanche se mi ammazzano! >> .

E non morii.

Probabilmente non morii perché non mi ammazzarono: il fatto è che non morii.

Rimasi vivo anche nella mia parte interna e continuai a lavorare.”

 

Giovannino Guareschi

 

Alessandro Stefani

 

 

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