Da Unimore a Princeton: il racconto di Salvatore

Oggi raccontiamo l’esperienza di Salvatore Caruso, dottorando presso il dipartimento FIM di Unimore, che ha passato sei mesi nella prestigiosa Università di Princeton.

Salvatore insieme ad un esemplare di Allosauro

Redazione: Cosa ti ha spinto a fare domanda Erasmus?

Salvatore: Il mio periodo di studio all’estero non è inquadrabile all’interno del progetto Erasmus. Come dottorando Unimore, ho l’obbligo di compiere almeno tre mesi di studi dottorali in un’ università estera. Siccome ero molto intrigato all’idea di passare più mesi in un’università estera, appena si è presentata l’occasione, ho fatto domanda per sei mesi presso Princeton University.

Redazione: Perché Princeton?

Salvatore: L’occasione si è presentata quando uno dei miei co-tutor è stato invitato per un periodo di Visiting Professorship presso il dipartimento di ingegneria di Princeton University e presso il Princeton Environmental Institute, al fine di applicare i metodi della meccanica statistica moderna e della matematica applicata a problemi di interesse ambientale e climatologico. Quindi mi ha segnalato la possibilità di poter anche io passare un periodo di studio presso Princeton University come Visiting Student Research Collaborator. Naturalmente non mi sono lasciato scappare questa incredibile opportunità che si è concretizzata grazie ai fondi dipartimentali FAR 2018 che il dipartimento FIM Unimore mi ha messo a disposizione.

Redazione: Cosa hai trovato nell’Università di Princeton che Unimore non ha?

Salvatore: Fare un paragone tra Princeton e Unimore è molto difficile. Si tratta di due istituzioni radicalmente diverse che operano in contesti socio-economici altrettanto differenti. Direi che tra le cose che mancano un po’ a tutte le università italiane, vi è certamente un ambiente veramente internazionale. Devo però dire che Unimore fa degli sforzi concreti per migliorare in questa direzione. Però se proprio dovessi dire una cosa che Princeton ha e che credo poche altre università possano vantare, direi lo scheletro fossile di Allosauro perfettamente conservato in una delle hall del campus!

Redazione: Quanto reputi importante l’esperienza di studio all’estero?

Salvatore: L’esperienza di studio all’estero è stata estremamente importante per la mia crescita. Personale e professionale. Ho avuto modo di conoscere docenti, ricercatori e ricercatrici, studenti e studentesse di altissimo profilo e praticamente da ogni angolo del mondo. E’ stato bello confrontarsi con persone provenienti da altre culture e aventi diversi background scientifici, mi ha aiutato a capire quanto soggettiva possa essere la nostra visione e quanto il confronto e il dialogo aiutino ad estendere le proprie prospettive ed approfondire la propria cultura. Inoltre, essendo io un fisico che adesso fa un dottorato in matematica, ho avuto modo di venire a contatto con tematiche che altrimenti non avrei mai affrontato; tematiche di interesse estremamente attuale come il climate change e la sostenibilità, ovviamente affrontate da un punto di vista quantitativo e matematizzato.
Raccomanderei a chiunque di passare un periodo di studio all’estero: è estremamente stimolante e allarga letteralmente i propri orizzonti. Inoltre avere la possibilità di parlare continuativamente una lingua che non è la tua, è  un esercizio molto utile.

Redazione: Ti è mancata casa?

Salvatore: Diciamo che ho lavorato e studiato talmente tanto che non ho avuto modo di pensare ad altro… Naturalmente a volte mi è mancata casa, ma l’ambiente in dipartimento era molto accogliente e c’erano sempre delle attività extra-lavorative disponibili, quindi il tempo è davvero volato. Inoltre in New Jersey si mangia davvero bene, purtroppo non avevano gnocco e tigelle, ma sono riuscito a sopravvivere ugualmente.

Redazione: Raccontaci un aneddoto sulla tua esperienza erasmus

Salvatore: Ogni anno a Princeton organizzano dei tornei interdipartimentali chiamati Intramural Championships. Col dipartimento abbiamo partecipato con in due diversi campionati.
Nel periodo invernale abbiamo giocato a Broomball, che è una versione in sneakers dell’hokey sul ghiaccio (lascio immaginare a voi gli scivoloni e le cadute che si vedevano in pista)… in quel torneo siamo stati eliminati di misura in semifinale.
La riscossa è arrivata nel periodo primaverile, in cui abbiamo preso parte al campionato di frisbee a  squadre, riuscendo a vincerlo!

Quindi adesso ho la mia bella maglietta da intramural champion da Princeton!
Durante entrambi questi campionati sono rimasto positivamente impressionato dalla lealtà sportiva e dalla cultura dello sport dei ragazzi e delle ragazze americane: nonostante in campo ci fosse una certa dose di agonismo, il rispetto per l’avversario era davvero la cosa più importante durante tutto il match. Davvero una bella atmosfera per divertirsi nella competizione.
Alessio Dondi per la Redazione dello Strillone Universitario

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