LETTERA A CUORE APERTO 

Non sono perfetta. Ma ho scelto l’imperfezione. Inizio così questo mio terzo articolo. Solo due frasi brevi sulla stessa riga e poi un lungo spazio bianco di riflessione. Un banale punto e a capo sì. Proprio come i grandi scrittori facevano nelle loro opere quando volevano enfatizzare un concetto a cui tenevano particolarmente o una frase d’effetto. E questo è l’intento per questo stralcio di me racchiuso in poche righe. Mi sono guardata molte volte allo specchio. Ma più spesso rispetto ad oggi lo facevo durante la mia adolescenza. Ogni volta che i miei occhi si riflettevano su quella lastra pulita, vedevo cose che non andavano, che non mi piacevano. Mi fu chiaro soltanto successivamente che quello che stavo vivendo era in realtà una reazione che condividevo con molte coetanee. Vedete, lo specchio è un oggetto falso e impertinente. Infatti, questo non si ribella mica a quello che i tuoi occhi vogliono vedere. Ma sta lì fermo e impassibile a mettere pressione, a pretendere un cambiamento. E quando questo sarà in corso pretenderà ancora e ancora. Ma torniamo a noi…Sì, certo, mi vedevo una ragazza in mutamento com’è giusto che sia in quel lasso di tempo di alta marea. Il corpo si modificava assumendo forme più consapevoli dei lineamenti che erano costrette a modellare, le onde iniziavano ad erodere, ma soprattutto a fare creste alte e panciute. E questo cominciò ad essere un problema. Nutrivo un senso di inadeguatezza dentro quelle curve, ma contemporaneamente ero costretta ad abitarle. E mentre questo affitto mi sembrava troppo alto da pagare, mi guardavo intorno: un fianco troppo largo delle altre, qualche rotolino qua e là, le cosce troppo rotonde. Fino a che un giorno, davanti a quello specchio, non vidi che la voglia di rivalsa contro qualcosa che non era altro che me stessa. Volevo essere accettata dagli altri, volevo rientrare in un canone estetico imposto chissà quando e chissà da chi. Stavo andando incontro a quel che ero, armata di fucile e pronta a combattere con tutte le mie forze per quella forma, per quella trasformazione che mi avrebbe portata dalla curva alla linea. O meglio, per quella trasformazione che mi avrebbe portata all’accettazione, alla benevolenza di chi mi stava intorno e quindi della società tutta. Perché si sa che il magro è bello e tutto quello che non lo è non è desiderabile. Siamo circondati da modelli che si diffondono attraverso tutti i mezzi di comunicazione. Ognuno di questi ci impone canoni estetici molto rigidi. Esistono taglie, in classici negozi per ragazze, del tutto assurde per la maggior parte di noi. Sì, forse sono piccole cose, dettagli a cui una ragazza formata, con un vissuto e una consapevolezza di sé (variabili strettamente interconnesse) non fa caso. Ma l’adolescenza non è coscienza, ma impulso, istinto. E quindi se la taglia 36 esiste, io la devo indossare. E poi sta tutto nell’iniziare, è tutto in divenire fino a far prevalere la dieta su tutto. 

Ultimamente, questo tema è risultato un pilastro importate di discussione. E non è neanche da sottovalutare l’impegno di molte case di moda nel portare in passerella taglie più comuni per abbattere quegli stereotipi di cui sono ritenuti artefici. Ma forse questo non è abbastanza. Troppe volte quando si connota qualcuno in una classica discussione si fa riferimento alla sua forma fisica. “Sì, quella mingherlina” oppure “Ah sì quella grassa”. Alcune volte i commenti arrivano a diventare davvero insulti, spesso veicolati anche attraverso il web, strumento utilizzato da noi giovani regolarmente e quindi che ci influenza fortemente. È successo tante volte, succede tutti i giorni. Ma prima di parlare dovremmo pensare che il corpo in questione non sia vuoto come una di quelle statuette che abbelliscono un mobile antico. Siamo esseri con una personalità e un’anima di cui è necessario prendersi cura. Dobbiamo ricordarci che prima di tutto c’è una persona che prova delle emozioni e che potremmo deludere con una semplice parola che la identifica in un modo del tutto approssimativo. Le parole sono talmente potenti da riuscire a veicolare un pensiero e a farlo assumere dall’altro come certezza indiscussa. Non capiamo che il nostro esprimerci contribuisce a levigare su misura un bottone affinché entri nell’asola di quello che per noi è normalità, senza capire che in realtà la sua qualifica migliore non è che la sua particolarità di non entrarci. In questo mondo dove i social sono sempre un mezzo con cui relazionarsi, da consultare e parte integrante del vivere, siamo tutti obbligati ad essere perfetti, impeccabili a livello esteriore. Diventa superficiale se sei bravo a fare qualcosa, se hai talento, se hai abilità particolari, se sei in gamba. Tutti focalizzati sull’apparire, sul mostrarsi agli altri come gli altri. Immaginiamo di riflettere su noi stessi e porgerci questa domanda: se dovessi descrivermi con un aggettivo, uno e uno soltanto, quale sceglierei? E questo aggettivo parla del mio corpo o parla di me? Il mio aggettivo lo trovate scritto in quella prima riga: imperfetta. Se prima lo ero, ora ho scelto di esserlo. Sono fermamente convinta che l’imperfezione e la sua consapevolezza veicoli la determinazione al miglioramento, la spinta ad andare oltre. Quello che ho capito è che cercare di instaurare rapporti nella vita di tutti i giorni non è mai facile e tanto meno lo è farlo con sé stessi. Tuttavia, questo rapporto per quanto faticoso e conflittuale è uno di quelli a cui non si può rinunciare. E allora si è come costretti a cercare un equilibrio seppur labile, a far combaciare i pezzi tra la realtà e l’aspirazione. Credere in sé e piacersi è una missione che comporta diversi bastoni tra le ruote, continui incidenti di percorso. Devi essere un sopravvissuto per capire chi sei e dunque per sentirti te stesso, dentro di te. I lineamenti sono sicuramente un biglietto da visita importante, una copertina primaria, ma altrettanto superficiale in cui sentirsi in pace e in cui stare bene. Ovviamente, essere in salute e curarsi è importante, a patto che sia un percorso che aiuti a scoprirsi e non un accanimento morboso. Ognuno di noi, infatti, deve cercare di valorizzare la propria persona, ma anche sulla base di quello che crede di poter dare agli altri. Perché si dà agli altri quello che si è. Ed è solo con la stima verso ciò che sei, che il resto sembra davvero un accessorio. 

Maria Sola

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