Noioso teatro

Il mese di ottobre ha raccolto i frutti di un progetto teatrale iniziato nell’aprile 2017 con la rappresentazione di uno spettacolo ispirato alla Divina Commedia, messo in scena da 200 ragazzi e bambini al teatro Banterle di Kibera, Kenya. La straordinarietà del progetto rimane sconosciuta per chi non sa che Kibera è forse la più grande baraccopoli presente in Africa; il numero della popolazione presente è sconosciuta tanto che le stime ondeggiano da 200.000 a un milione di abitanti ed è questo il primo segnale di una precarietà che marchia la realtà sociale della slum. Chi dovesse calpestare la terra di Kibera lo farebbe su sentieri di terra, semiasfaltati da rifiuti, tagliati da torrenti fognari che attraverserebbe su ponti di tronchi e fango. L’acqua corrente è presente in zone fortunate e scorre in tubi per l’irrigazione parzialmente sotterrati nel terreno. Perché dunque in un luogo dove manca acqua, soprattutto potabile, dove l’HIV dilaga, dove manca qualsiasi supporto sociale e lo Stato ha mani e occhi quasi completamente alla parte ricca di Nairobi, si è deciso di adibire a teatro una sala della scuola Little Prince tramite una raccolta fondi e dare così vita alla scuola teatrale Emanuele Banterle, coin-volgendo 200 ragazzi in un progetto culturale di circa un anno? Per provare a ragionarci è indispensabile partire dal progetto: Kibera era già da anni una zona di lavoro per AVSI, organizzazione no profit che realizza progetti di contributo allo sviluppo e aiuto umanitario. Qui arriva nel 2017 Marco Martinelli, regista teatrale di fama inter-nazionale e vincitore del premio Ubu (il premio Ubu è il riconoscimento più importante per il teatro in Italia, per spessore è l’equivalente del premio David di Donatello per il cinema). Con la guida di Marco e il contributo di insegnanti, acrobati e attori di strada si è costruito un corpo solido e dinamico fatto della cooperazione di una moltitudine di conoscenze e capacità investite per i ragazzi, provenienti non solo dalla Little Prince, tant’è che il progetto ha avuto tra gli obiettivi quello di coinvolge-re altri ambienti come la scuola Ushirika, la scuola Zeli-ne, il centro “Ragazzi di strada” e il centro “Recupero ragazzi slum”. Come può un mezzo come il teatro avere la forza di connettere e intersecare realtà sociali così difficili con un progetto culturale? Come spera di appas-sionare i giovani a tantissime ore di prove quando lo spettacolo teatrale è comunemente visto come un lungo, noioso dramma, comprensibile da pochi interessati? Innanzitutto il teatro non può essere contenuto nella sua totalità dalla sola scuola Occidentale nata in Grecia ma esiste ad esempio il teatro danza indiano, l’opera cinese, il kabuki giapponese, il teatro dei burattini. Comprendendo che sussistono diverse forme del teatro ci si avvi-cina al vero significato della rappresentazione teatrale, questa traducendola dal greco significa “spettacolo”, ottenuto attraverso la compenetrazione e l’utilizzo in varia misura della parola, musica, danza, gestualità, mi-mica facciale e qualsiasi altro elemento proveniente dal-le arti performative. Attraverso questo rapido percorso tra i significati è possibile capire come il teatro sia in primo luogo l’espressione, attraverso una o più forme, di un’interiorità che difficilmente potrebbe arrivare a coscienza. La rappresentazione è confronto con l’altro, è tirare fuori se stessi con valore e fiducia del proprio con-tenuto, perché se l’attore non crede in ciò che sta facendo lo spettacolo è fallito dal principio; è errore, è esagerazione che si impara a contenere e correggere affinché lo spettatore possa capire, naturalmente non tutto, per-ché si tratta pur sempre dell’interiorità complessa e liquida di ciascuna persona, a cui si da’ dignità. Questa è una parola chiave per definire un individuo e in un con-testo sfavorito come quello di una baraccopoli può veni-re meno, ancor peggio si può vivere senza conoscerne il significato. A tal proposito Don Lorenzo Milani, protagonista lui stesso di uno spettacolo realizzato quest’anno a Modena dalla compagnia “Canto di Antigone”, utilizzò la recitazione per i suoi allievi, ragazzi figli di contadini provenienti da stili di vita umili, in quanto sostene-va che:” È uomo chi è padrone della propria lingua” e questa trova nel teatro un terreno eccezionale per essere ampiamente studiata, donando un nome, una personalità fornita di idee che possono essere espresse, attuate. Scendendo più nel concreto l’impatto psicologico del teatro è utilizzato a fini terapeutici nella psicoterapia, infatti permette di imparare ad usare in modo poco superficiale le emozioni di cui disponiamo. Se l’ambiente che si crea è formidabile per l’espressione emotiva, il perché questo avvenga è alla base di un patto, la persona con tutto il suo vissuto diventa attore e ogni giudizio su di lei è sospeso. Per fare un esempio si può rappresenta-re uno stato di gelosia profonda e incontrollata senza che il pubblico giudichi l’attore per le urla, le parole che usa, le azioni che esercita, è un personaggio, una finzione, ma attraverso questa finzione l’attore può tranquilla-mente sperimentare stati che di norma tiene nascosti e il pubblico può ritrovarsi e ragionarci senza pericoli, indagandone le cause. Ecco che così le trame teatrali vengo-no vissute con pienezza, l’attore è in grado di muoversi dentro uno stato emotivo ed un personaggio perché lo studia, studia il modo in cui parla, cammina, si atteggia, pensa. La via dell’espressione va appresa in modo che l’attore non rimandi al pubblico una rappresentazione inibita ma nemmeno che “vomiti” fuori uno stato inte-riore, spontaneamente si tende a scegliere una delle due forme perché studiare a fondo ciò che si prova, indagar-lo in tutte le sfumature e consegnarlo all’altro in un mo-do a lui comprensibile richiede fatica ed è un lavoro che nelle vicende di vita comuni è innaturale in quanto la risposta deve essere immediata. Ecco che se questo lavoro viene fatto in un ambiente “sicuro” come il palco, si può utilizzare nelle trame personali di tutti i giorni ciò che si è imparato come un tono della voce, una gestualità e una scelta delle parole adatti al momento. Questo permette di avere una presa maggiore sul mondo, sulle proprie esperienze, caratterizzandole e colorandole evitando che siano passive; è la possibilità di scegliere non con inibizione, a caso, ma avendo tra le mani la complessa totalità degli stati emotivi che sorgono al proprio interno, facendo scelte più adatte per se stessi. Un campo di applicazione del teatro nella psicoterapia sono le carceri, il cui scopo non dovrebbe essere il solo conteni-mento di criminali ma la loro rieducazione per il reinserimento sociale, sappiamo che questo avviene molto raramente. Un detenuto infatti se non cambia la propria immagine di sé, se non conosce la collaborazione e non crede di poter creare qualcosa di bello per la società non ha motivo di cambiare il proprio stato. Creare uno spettacolo è prima di tutto lavoro, ore di prove, sudore, una
messa in gioco delle proprie capacità, condividere qual-cosa in cui ci si mette la faccia, perché l’errore di uno va ad inficiare sulla buona riuscita di tutti è responsabilità nei confronti degli altri, cose in cui un detenuto non è abituato a trovarsi protagonista. Alla fine di uno spetta-colo riuscito bene gli spettatori si saranno commossi, avranno riso, si saranno divertiti e applaudiranno non il detenuto, il disgraziato, il cattivo. Applaudiranno l’atto-re che gli ha fatto provare qualcosa, sarà un apprezza-mento, un conferimento di dignità e per una volta la persona viene tolta dal marchio di “dannoso per la società” e potrà così conoscere un ruolo che non sapeva potesse rivestire e se inizierà a crederci allora le carceri possono effettivamente diventare un luogo di cambiamento, grazie a cui un individuo socialmente inadatto può rientrare a vivere nelle trame sociali producendo qualcosa di utile gli altri. Si era detto prima che recitare significa fare uso di tutti gli elementi delle arti performative, per questo la recitazione è impiegata nella disabilità, per mettere a contatto persone che devono comunicare tra loro e agli altri quando le loro capacità sensoriali, locutorie e di mobilità sono alterate, imparando che si può usare la parola ma anche la gestualità, la mimica facciale, la mu-sica, anche loro possono trovare quella presa sul mondo di cui si parlava. Ecco così che la funzione del teatro raccoglie significato anche in una sala scolastica nei pressi di una baraccopoli dimenticata dal mondo, dove si può imparare ad avere dignità per se stessi, a prendere in considerazione senza vergogna e con spirito maturativo le proprie emozioni, a conoscerle avendo così relazioni sociali di qualità per produrre qualcosa che con la fatica, il sudore, e perché non le lacrime e i sorrisi, qual-cosa che meriti un applauso. Si va così a costruire individui che nonostante il contesto sfavorito possono avere una partecipazione attiva nella propria vita, perché non importa il contenitore, sia esso una baraccopoli, un carcere, un corpo marchiato, un corpo compromesso, non importa quale sia il copione o il programma scolastico, ad avere significato è il risultato di quello che si fa, si percepisce e si produce. Vorrei concludere lasciandovi riflettere con un’ultima citazione di Don Milani, che sulla formazione degli individui liberi ne ha capito tanto:” Le cose meno belle, purtroppo, vengono da sé, invece le cose belle bisogna imporsele con la volontà, perché c’è stato chi ha pensato a fare in modo che la società vi offrisse tutto quello che occorre perché alle cose belle e utili non ci pensaste e teneste la vostra vita a un basso livello”.

Daniele Borsari

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