Lettera di Pietro Borsari e Alessandro Stefani al giornale

La libertà negata

 

Sembra ormai lontana quella sera del 22 marzo in cui il presidente Conte annunciava alla nazione quelle misure restrittive che avrebbero portato il nostro paese in una quarantena ferrea e duratura. I giorni passavano, e mentre la situazione in molti altri paesi cominciava a normalizzarsi, l’Italia rimaneva ancora uno dei paesi più esposti ai pericoli dell’epidemia. Quelle misure che ci erano costate un caro prezzo in termini di libertà e diritti non stavano dando i risultati sperati, la curva del contagio esitava a scendere e la politica sembrava ancora sprovvista di un piano per rimettere il paese sui binari della ripartenza e della normalità. E più i discorsi della classe dirigente si gonfiavano di propaganda e vuoti proclami, nella nostre teste balenava il dubbio, la domanda che non avremmo mai voluto porci, se questa prolungata cessione di libertà non si fosse tramutata ormai in una mera privazione, un tributo preteso da pavidi politicanti incapaci di dare vere risposte, alla perenne ricerca di un capro espiatorio su cui scaricare le proprie responsabilità e di un deus ex machina in grado di salvarli dalla necessità di prendere una decisione. Mentre su alcune testate giornalistiche e nei discorsi del premier si diceva che l’Italia rappresentava un modello per il resto d’Europa nella risposta alla pandemia, i dati fotografano una realtà completamente diversa. A fronte di uno dei lockdown più stringenti, l’Italia è in cima alle classifiche per tasso di letalità del virus, questo perché oltre alle restrizioni, il governo e le autorità locali non hanno avuto la prontezza di identificare strategie di tracciamento dei contagi in grado di mappare chiaramente la diffusione dell’epidemia, limitando al massimo l’effettuazione dei tamponi e tardando nell’azionare strumenti alternativi, come ad esempio l’app immuni. In Germania, dove il governo è riuscito a gestire prontamente i danni provocati dal diffondersi del virus, fin da febbraio sono stati effettuati ogni settimana più di 350000 tamponi e, mentre il commissario italiano Arcuri derideva gli economisti contrari al calmiere inutile e dannoso da lui posto al prezzo delle mascherine, i tedeschi venivano dotati del materiale sanitario necessario a garantire la ripartenza direttamente dallo Stato in tempi brevi. Mentre in Italia la politica scaricava le responsabilità morali dell’eccessiva mortalità registrata in Lombardia su un pugno di “runners”, presi di mira dai sindaci di mezza Italia come novelli untori, in Germania e in altri paesi del nord Europa continuavano a svolgersi attività all’aperto, le autocertificazioni non c’erano autocertificazioni a complicare la vita ai cittadini e il tasso di letalità del virus rimaneva assai inferiore a quello italiano. Oggi che il peggio sembra fortunatamente alle spalle e i numeri del contagio sono radicalmente diminuiti, quelle inquietanti domande si sono tramutate in riflessioni su un concetto che forse per troppo tempo avevamo dato per scontato e banalizzato come quello di libertà.

Nel saggio del 1944, La via della schiavitù, l’economista austriaco Friedrich Von Hayek sviscera alcuni degli aspetti più importanti del pensiero cosiddetto liberale, che prende il nome proprio dal termine libertà, contrapponendolo all’ideologia socialista e collettivista che stava prendendo piede. Per poter discettare sulla libertà in modo esaustivo e chiaro (nel limite della chiarezza, imposto da un così ampio argomento) è necessario comprendere anticipatamente alcuni punti cardine del pensiero hayekiano. Uno di essi è il concetto di individualismo, mai inteso come egoismo né, tantomeno, come egocentrismo. L’autonomia individuale dell’essere umano non è che il terreno fertile su cui gettare i semi del pensiero liberale, un pensiero che, quando viene declinato sul piano sociale, si tramuta in coscienza dei propri limiti e degli elementi che contraddistinguono la propria personalità, una piena consapevolezza dei propri desideri e delle proprie aspirazioni, e che chiede solamente libertà di autodeterminazione nel rispetto della sfera personale altrui, senza mai di imporre un’univoca visione della vita al resto del mondo, battendosi affinché ognuno possa realizzare la propria. Ecco la contrapposizione al concetto di collettivismo. Una qualsiasi dottrina collettivista prende le mosse dalla falsa convinzione di conoscere il fine ultimo della società, racchiuso nel concetto di bene comune, da raggiungere pianificando spasmodicamente ogni aspetto della vita, pubblica e privata, dei cittadini. Purtroppo l’azione pianificatrice dell’autorità centrale, volta, nelle intenzioni, al bene collettivo, si rileva però dominata da rigide visioni autocratiche, da pretese oligarchiche e da pulsioni oclocratiche. Questa è senz’altro una delle critiche più forti che Hayek muove alle teorie socialiste; il pericolo del pensiero collettivista è quello infatti di una deriva dittatoriale, come possono testimoniare varie esperienze storiche, che vanno da quella fascista e nazista, a quella sovietica, o la deriva caotica e confusionaria della massa al potere, come purtroppo testimoniano vari esperimenti populisti in molti paesi del mondo. E’ chiaro che un ambiente culturale e politico di stampo collettivista possa tramutarsi in una facile incubatrice di sentimenti autoritari di varia natura e di colore diverso, come nel caso del fascismo o del comunismo sovietico. Questo certamente non significa che socialismo e fascismo siano la stessa cosa, tuttavia si può affermare che l’esperienza nazi-fascista non sia stata altro che una degenerazione mostruosa e terribile di un pensiero socialista traviato e deformato. Non significa nemmeno che il socialismo sia puramente un pericolo, al contrario, una società libera è in grado di recepire le istanze sociali derivanti da una realtà in rapido sviluppo e, quindi, dirigere le istituzioni affinché si possa costruire quello che si potrebbe definire stato sociale. Direzione, non pianificazione. Lo Stato, quindi, deve mantenere attivo ed efficiente il complesso sistema economico, giuridico e istituzionale capace di sorreggere e far progredire una società libera e, soprattutto, di mantenerla tale.

Davanti ad un’emergenza come quella che abbiamo vissuto in questi mesi anche un individualista comprende la necessità di tollerare alcune misure restrittive della libertà personale ad opera di un governo,  in un’ottica di tutela della salute e della sicurezza pubblica. Tuttavia la criminalizzazione giuridica e morale di alcune libertà fondamentali a cui si è assistito nella Penisola, durante il periodo di lockdown, non ha avuto eguali nell’Europa democratica. È chiaro come la forza del modello applicato in buona parte del continente sia stata il far affidamento sulle energie spontanee della società, piuttosto che sull’utilizzo della coercizione: solo un rinnovato rapporto di collaborazione e fiducia tra cittadini ed istituzioni, fra individui e potere pubblico, può portare un paese fuori da un’emergenza sanitaria di questa entità, non il paternalismo inconcludente adottato dalle autorità italiane. Queste ultime, con il loro senso di inadeguatezza, ci ricordano ancora una volta quale sia il rischio insito nell’affidarsi all’azione regolatrice dello Stato.

E’ in giorni come questi, nei quali cominciamo ad assaporare la riconquista di quei preziosi spazi di libertà di cui siamo stati a lungo privati, che vengono alla mente i poetici versi coi quali Paul Eluard concludeva il suo “Inno alla libertà”:

 

Sul vigore ritornato

Sul pericolo svanito

Su l’immemore speranza

Scrivo il tuo nome

 

E in virtù d’una Parola

Ricomincio la mia vita

Sono nato per conoscerti

Per chiamarti

 

Libertà.

 

 

 

Pietro Borsari

Alessandro Stefani

 

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