L’ARRETRATEZZA CULTURALE DELL’ITALIA 

Può sembrare un paradosso tale titolo, che assume un tono certamente e volutamente provocatorio, ma come spiegherò nel corso del presente articolo, le motivazioni di tale scelta risiedono negli avvenimenti recenti accaduti in questi lunghissimi mesi di emergenza sanitaria. 

Innanzitutto, dallo scoppio dell’emergenza sanitaria a livello nazionale, con la conseguente emanazione del lockdown, la preoccupazione principale delle istituzioni politiche preposte è stata quella di curare gli interessi dello sport considerato per eccellenza: il calcio. La dimensione culturale del nostro paese, che è invece assai più importante e ricca, come dimostra l’intera storia della penisola italiana, quindi dal momento della sua primitiva organizzazione preistorica fino allo sviluppo globale e tecnologizzato dell’epoca contemporanea, non è stata assolutamente trattata con il dovuto e adeguato rispetto. 

La leggerezza con cui sono stati chiusi musei, biblioteche, scuole, università, scuole di danza, di pattinaggio, piscine, l’abolizione e la cancellazione senza nessun piano di recuperi possibili quando le condizioni sanitarie lo permetteranno, di tutti quei meravigliosi eventi culturali (conferenze, seminari, festival, concerti) è ancora una volta una triste testimonianza della gravissima “arretratezza culturale italiana”. Il paradosso è proprio il seguente: il paese per eccellenza che ha visto nascere il concetto stesso di “Arte”, di “Bellezza”, a loro volta declinate in una molteplicità di campi come la cucina, l’abbigliamento, la danza, il pattinaggio, il nuoto, il basket, il cinema, la letteratura, la storia, oltre che i numerosi altri sport considerati (ahimé) minoritari per importanza, rispetto al calcio, sono stati cancellati totalmente. 

Ora, in questa sede vorrei concentrarmi su due singole esperienze, da sempre considerate nel nostro paese, come un semplice passatempo frivolo, talvolta etichettate con pregiudizi anche sessisti, dettati da un profondo senso di ignoranza e di mancanza di cultura, diffuso sia a livello politico, sia tra il popolo italiano. Le due dimensioni sono la danza e il pattinaggio artistico. 

Partiamo da una definizione molto discutibile fornita dal premier, Giuseppe Conte, in data 14 maggio: “abbiamo un occhio di attenzione per i nostri artisti che ci fanno tanto divertire e appassionare”. Ad una prima lettura sembrerebbe una frase innocua, ma a parer di chi scrive, vi è una connotazione non dico dispregiativa ma sicuramente molto riduttiva di cosa sia un’artista, e di cosa rappresenti. Vediamo la definizione di questo termine, secondo l’enciclopedia Treccani. Artista è 

1) Chi esercita una delle belle arti, specialmente le arti figurative, o anche la musica e la poesia. Come termine di classificazione professionale, anche chi svolge attività nel campo dello spettacolo (teatro, musica, cinema ecc.). 

2) Chi ha fine senso dell’arte ed è aperto al sentimento del bello. 

3) Chi eccelle nella propria professione. 

Dunque, abbiamo tre chiavi di lettura molto differenti tra di loro, perciò risulta essere molto ambigua la definizione fornita dal premier. Soffermiamoci sulla seconda parte della frase: “ci fanno tanto divertire e appassionare”: ciò sembra implicare in maniera palese, che il ruolo dell’artista sia quello di far “ridere” (non si può negare la connessione tra la parola divertire e il ridere: il divertimento è uno stato emotivo che si prova quando si ha gioia e benessere, e ciò comporta sovente la risata) e appassionare. Ma l’artista svolge solo queste funzioni meramente astratte, emotive ? Non lavora forse? Non contribuisce all’arricchimento e alla costruzione del patrimonio culturale di una comunità, una città, un paese, uno stato? 

Se osserviamo la prima definizione fornita dalla Treccani, troveremo i due termini “classificazione professionale”, riconducibili alla parola “professione”, che vuol dire lavoro, occupazione lavorativa. Tutti i lavori meritano rispetto perché conferiscono dignità all’essere umano e contribuiscono al corretto funzionamento della società. Ma non è appropriato per nulla, associare allo svolgimento di una professione, la caratteristica del divertimento, perché ciò implicherebbe di conseguenza, la perdita di quella dimensione seria e “professionale”, che rende tale una qualifica. Non è per caso che si usa “occupazione professionale” come sinonimo di lavoro: professionale comporta il possesso di una serie di competenze da parte di una persona, che la rendono adeguata e idonea a svolgere quella determinata occupazione. 

Il possedere tali requisiti non significa necessariamente avere sempre e unicamente il compito di dover far divertire e suscitare costantemente un forte stato di ilarità e benessere. Certamente, molti artisti si propongono questo come fine, scopo del loro lavoro, ma per raggiungerlo è richiesto tanto impegno, una notevole dose di sacrificio, fatica e dedizione. Ecco perché, al termine di questo ragionamento, ritengo assai riduttiva e discutibile la definizione fornita dal primo ministro, Giuseppe Conte. 

Passiamo adesso ad analizzare l’esperienza relativa al mondo professionale della danza italiana, considerandola in tutti i suoi generi, quindi in una prospettiva universale. 

Innanzitutto, è davvero triste dover segnalare che in tutti gli interventi dei vari esponenti politici, sia delle forze di maggioranza sia di quelle di opposizione, non ho mai avuto modo di sentire una sola parola in merito a qualche sostegno economico o di altra natura, per le scuole di danza, i teatri in profonda crisi a causa della mancanza della possibilità di svolgere le consuete attività lavorative. Si, uso il termine “lavorative”, perché vorrei far comprendere nella maniera più chiara possibile che chi fa danza a livello “professionale” (insegnanti, ballerini/e affermate/i che gareggiano nei concorsi e si esibiscono a livello nazionale e internazionale, le compagnie di danza, le direttrici delle scuole di danza), non svolge semplicemente la propria passione, il che farebbe rientrare tale attività nella dimensione astratta-emotiva, senza riscontri concreti nella vita reale. Si tratta di un lavoro a tutti gli effetti perché comporta i seguenti elementi che rientrano nel significato di “occupazione professionale”: 

1) Il possesso di adeguate competenze e conoscenze, sia teoriche che pratiche. Per “teoriche” mi riferisco all’ambito della conoscenza degli stili di insegnamento, di come si gestisce una scuola, capacità organizzative e cooperative di eventi culturali come i saggi di danza, agendo in maniera contemporanea con altri enti preposti a tali scopi, come i teatri. “Pratiche” sta ad indicare invece la traduzione di tutte queste conoscenze teoriche sul piano delle attività concrete: pianificare la lezione ed organizzarla con gli orari, ricerca, elaborazione e preparazione della coreografia da montare volta per volta, contattare i vari enti culturali per intavolare riunioni a scopo organizzativo dei vari saggi e delle diverse esibizioni artistiche. 

Ad un livello intermedio tra teoria e pratica, stanno le conoscenze e competenze tecnologiche: cioè la capacità di saper usare i diversi dispositivi multimediali per realizzare video professionali, da utilizzare per le coreografie, gli spettacoli ecc. 

2) La messa a disposizione del proprio tempo per il benessere collettivo della società in cui si vive: in ogni lavoro, i soggetti coinvolti usano il proprio tempo personale per svolgere attività che saranno fondamentali per il corretto funzionamento della società e per il benessere altrui (il famoso “farci divertire e che tanto ci appassionano”!). Ora, siccome questa cosa è vera per il calcio e qualunque altro ambito lavorativo, perché non vale per la danza? Gli insegnanti, i ballerini/le ballerine che si esibiscono a livello professionale negli spettacoli che tanto ci piacciono, le direttrici delle scuole di danza che le aprono per far studiare tantissimi allievi/allieve, non stanno forse 

usando il loro tempo personale per regalare quello stato di benessere collettivo ed emotivo alla società umana, che ne ha tanto bisogno, in quanto è risaputo che l’essere umano è perennemente alla ricerca della felicità e del piacere ad essa associato? Siccome dal lavoro deriva quel senso di appagamento e di benessere, e la danza fornisce tutto ciò, è giusto ed è logico considerare tale attività come un vero e proprio lavoro, che necessita quindi di un’adeguata considerazione, non solo a livello di parole ma di fatti concreti e reali. 

3) Fatica e costanza: tutti i lavori, per essere svolti correttamente, necessitano di impegno costante che comporta necessariamente della fatica. Ora, nella danza, preparare una lezione, una coreografia, un saggio, un’esibizione richiede tempo innanzitutto: per cercare una musica, elaborare i passi e i movimenti da insegnare, i costumi e i luoghi da utilizzare per esibirsi, la pulizia delle aule, la gestione delle scuole a livello burocratico e sotto tanti altri aspetti, come nelle grandi aziende. 

Ma allora, perché questa disparità di trattamento tra calcio e lavoro da un lato, e arte e cultura dall’altro, se ci sono tutte queste somiglianze? Anzi, meglio dire uguaglianze, visto che gli elementi appena delineati sono gli stessi. 

Volete un’ulteriore prova di questa forte ignoranza politica e collettiva sulla dimensione lavorativa della danza nel nostro paese? Eccolo: oggi, in data 30 maggio, esce una dichiarazione del ministro Spadafora, riportata sul “Giornale della danza” (online), contenente il seguente enunciato: “Mi auguro nel prossimo dpcm si possa aprire tutta la parte dello sport che è ancora ferma, quella amatoriale e di base, dalle partite di calcetto ai saggi di danza”. 

Innanzitutto, ancora una volta, la danza viene relegata ad una connotazione “amatoriale”, cioè, riportando la definizione della Treccani, “un’attività svolta per puro diletto, piacere, a livello dilettantistico”. Seconda cosa: com’è possibile pensare di svolgere i saggi di danza se non c’è stata nessuna possibilità di lavorare, lo ripeto ancora, L-A-V-O-R-A-R-E a scuola, sulle coreografie, in teatro per l’organizzazione di spazi e costumi, musiche, dispositivi digitali per approntare tutti i vari elementi necessari all’esibizione, a causa della grave emergenza sanitaria che ha di fatto reso impossibile lo svolgimento di tutti questi lavori? Non siamo in film di magia, dove arriva il mago o la maga, con la bacchetta e la formula magica e in un attimo, passiamo dalla chiusura di tutte le attività nel mondo della danza nell’organizzare saggi a volontà, come se nulla fosse successo. Senza contare poi, le difficoltà logistiche e di tempo, organizzative per poter dare modo alle scuole e ai teatri di rispettare i numerosi protocolli di sicurezza sanitaria. 

Grave, anzi gravissimo atteggiamento di superficialità e ignoranza da parte di un ministro, non di una persona qualunque. E in tutto questo, un silenzio assordante da parte degli altri membri del governo e in generale, di tutta la società italiana, a dispetto invece di numerose iniziative attuate dal governo con tutti gli organi amministrativi del calcio (Lega Serie A, Lega Serie B, Uefa) per farlo ripartire in ogni modo. Ora, lungi da me voler negare l’utilità del calcio come qualificazione professionale e lavorativa, perché è una grande fonte di reddito per moltissime persone e istituzioni che ci lavorano: penso alle televisioni che trasmettono le partite, in primis, e a tutti gli operatori (tecnici televisivi, commentatori, giornalisti solo per citarne alcuni) impiegati nei vari settori. Quello che critico aspramente, e risulta a mio avviso, assolutamente inaccettabile e intollerabile, è il fatto che venga data sempre esclusivamente importanza a questo settore lavorativo, mentre la dimensione artistica e culturale della danza, ma in generale della cultura, viene trattata in maniera assai superficiale e con noncuranza, che deriva da una grave mancanza di informazioni. Il che è un paradosso: viviamo nell’epoca della globalizzazione, dove la quantità di informazioni messa in circolazione da un numero infinito di dispositivi cartacei e tecnologici è illimitata, eppure non siamo capaci di andare oltre la “siepe leopardiana”, per incapacità e arretratezza culturale, nel paese che è l’eccellenza nel campo della cultura e dell’arte. 

Vedremo adesso una testimonianza molto importante, che conferma quanto sopra esposto, prendendo in considerazione un altro settore artistico-culturale da sempre denigrato e poco considerato: il pattinaggio artistico a rotelle. 

Considerato,all’interno del nostro paese, semplicemente uno sport di nicchia, in realtà il pattinaggio artistico italiano vanta premi in tutte le sue sotto discipline: ai World Roller Games di Barcellona del 2019, su 72 medaglie ben 36 sono state vinte dagli atleti azzurri. In particolare il medagliere tricolore vanta 14 medaglie d’oro, 10 d’argento e 12 di bronzo, su 24 podi. 

L’Italia ha sempre dimostrato il proprio valore anche nei vari trofei internazionali, come il Memorial F. Barbieri e il Memorial Sedmak Bressan, o ancora l’Open International de Dance. A quest’ultimo ha partecipato, con ottimi risultati, Andrea Loguercio, atleta presso la società Pattinaggio Artistico Romano, di cui abbiamo il piacere di riportare la testimonianza. 

-Raccontaci la tua esperienza sulle otto ruote. Devo dire che come atleta sono stato abbastanza tardivo per l’inizio di questo bellissimo sport; in quanto il mio primo vero e proprio approccio è stato all’età di 12 anni. Prima di ciò avevo praticato abbastanza sport da farmi sentire quasi un piccolo principiante di ciò che ogni attività poteva darmi in quanto erano veramente numerose quelle da me praticate fionda allora: tennis, nuoto, basket, judo, karate, ginnastica e pattinaggio in linea. Da piccolo ero davvero pieno di voglia di arrivare verso il podio, sono sempre stato una persona abbastanza competitiva ma non avevo capito che lo sport che faceva per me si sarebbe rivelato in seguito alle attività elencate. Parlando di vittorie sulle otto ruote, nel corso degli anni sono riuscito a raggiungere alcune soddisfazioni che mi hanno portato ad essere l’atleta che sono oggi. Senza alcun dubbio ognuna di queste ha portato ad una mia crescita ma quelle più significative sono state quelle che hanno portato più emozioni e soddisfazioni: nel 2018 all’open International Hettange Grande dove ho conseguito il primo posto a livello internazionale come categoria Juniores e nel 2019 con il sesto posto ai campionati italiani in categoria Seniores, sempre nello stesso anno all’Open International Hettange Grande ho conseguito alla terza posizione in classifica a livello internazionale. Ovviamente spero che le vittorie e le esperienze continuino ad arrivare sempre di più e con sempre più emozioni. 

– Oltre che pattinatore, sei anche studente universitario. Lo sport ti ha aiutato nella carriera scolastica e viceversa, o hai avuto problemi a conciliare le due cose? Ad oggi io sono uno studente universitario al primo anno di Scienze della comunicazione, marketing e digital media presso la Lumsa, a Roma, e da sempre lo sport che pratico, ma in generale l’attività sportiva credo, mi ha portato a far coincidere per un motivo o per un altro tutto quello che mi circondava. Secondo me se una persona è mossa dalla vera passione e che dunque, porta a una fatica “ricompensabile”; non si può parlare di problemi veri e propri. Sono sempre stato mosso da un’emozione incredibile e indescrivibile in ciò che faccio, ed essa mi porta sempre a vedere il bicchiere più mezzo pieno che mezzo vuoto. Personalmente lo sport che pratico mi ha portato ad organizzare i miei studi in maniera ottimizzata al 100%, oltre che permettermi anche di arricchire la mia cultura personale. 

-Quali sono i pregi di questo sport secondo te? Senza alcun dubbio posso dire che almeno per me questo sport ha portato ad un maggior “sentimentalismo”; ad esempio quando pattiniamo su una musica, di qualsiasi genere essa sia, non possiamo rimanere indifferenti, anzi dobbiamo caratterizzarla con movimenti ed espressioni, ed utilizzare quello che più ci appartiene e che proviene dalla parte più importante di noi: il nostro cuore. 

– Esistono dei pregiudizi verso questo sport? 

In parte credo che alla fine qualsiasi sport abbia i propri pregiudizi; ed alcuni fanno più male di altri. Questa è una domanda interessante perché proprio in queste settimane di ripresa sportiva, da parte delle società di pattinaggio, mi sono imbattuto in una scena che mi ha lasciato veramente senza parole. Io ed il mio gruppo ci stavamo apprestando a mettere i pattini per iniziare il nostro turno di attività quando un signore, di una fascia di età avanzata, ci chiede se il pattinaggio artistico a rotelle fosse riconosciuto come uno sport vero e proprio e anche se noi (indicando me ed un’altro mio compagno di squadra) maschi potessimo praticare questo sport. Io credo che oltre al pregiudizio in questo caso ci fosse anche un pò di ignoranza ; ma comunque è un fatto che mi ha fatto riflettere su quanto il nostro sport sia poco considerato e mal giudicato. Qual è il pregiudizio più grande in questo sport ? Forse fin troppo scontata la risposta ma senza alcun dubbio in relazione al fatto che questa attività è praticata in maggioranza dalle ragazze che dai ragazzi; forse non tutti riescono ad aprire gli occhi su quanto lo sport che ti fa star più bene a volte va oltre ai classici pregiudizi imposti dalla nostra società ma questa è la vera bellezza nascosta in quello che facciamo. 

-Per te questo sport sta ricevendo l’attenzione che merita, in Italia? Cosa si potrebbe fare per diffonderlo? 

Come possiamo vedere in pattinaggio artistico a rotelle non è uno sport molto conosciuto, forse la meraviglia del ghiaccio ci ha rovinato l’attenzione che meriterebbe?. Non credo proprio! Sfortunatamente credo che sia la poca pratica (dal punto di vista numerico) di noi atleti rispetto ad altri sport come il calcio, e anche la scarsa pubblicità non fatta per far conoscere il meraviglioso mondo che solo noi pattinatori conosciamo, che stende un velo di invisibile trasparenza sul nostro sport, e questo è un vero peccato per chi non ne è minimamente a conoscenza. Per una maggiore diffusione personalmente proporrei di far conoscere a bambini/bambine e ragazzi/ragazze questo sport anche attraverso l’applicazione corretta delle scuole primarie ad oltranza senza fare alcuna distinzione, perché alla fine si tratta solo di fare lo sport che più ci appassiona.

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