CAN’T BREATHE

 

Non respiro … non respiro … per favore …

Potrebbero sembrare le parole di un film drammatico. Una scena e invece … sono le ultime parole di un
uomo che ha trovato la morte.
Soffocato, il volto schiacciato contro l’asfalto di una strada trafficata del Minneapolis.

Non respiro.

Ucciso da chi in realtà avrebbe dovuto proteggerlo: la polizia.
Per favore.
Spinto a terra, attorniato da quattro poliziotti di cui uno che col ginocchio sulla gola, pian piano gli leva il
respiro.

“ Ho male allo stomaco … non respiro”.

Il sangue ruscella fuori dalle narici. Macchia l’asfalto, la voce si fa più rauca, I movimenti più lenti. Ma la
supplica resta. La supplica di una vita.
Così se n’è andato George Floyd, 46 anni. Nero.
Motivo? Forse ( e sottolineo forse) era alla guida della sua auto sotto effetto di stupefacenti e avrebbe
opposto resistenza all’arresto.

Non respiro.

La donna che filma l’accaduto trema, non sa cosa fare. I passanti iniziano a scaldarsi: “ Il polso … tastategli il
polso! Sta male! Basta!”
Ma il poliziotto non ascolta, anzi aumenta la pressione sulla gola di George.
La gente vuole intervenire, ma ha paura: loro sono la polizia e lui è solo un uomo nero.
Non una persona. Non merita di vivere.
Per favore.
Come Ahmad Arbery. Come Eric Garner.
Come mille altri, a cui la vita è stata negata per il colore della pelle, per la religione, per l’origine diversa.
Non respiro.
Mi stanno uccidendo.

 

Selma Boukaid

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