“The S drug” di Chiara Ferretti

Parte 1  Ermes

Shh…Shh…
sorridi suadente sorvegliata
da un sonno pesante
ti segue sostando ad ogni tuo
respiro.

Shh…Shh…
sognante ad occhi aperti
spenti dal suono solerte
di un violino
sincero.

Shh…Shh…
sorridi suadente
al richiamo di lei,
dolce droga
Ermes dei sensi.

Vidi una foglia scivolare dal ramo, per qualche istante mi sentii fragile, impaurita, il suo frantumarsi al suolo incombeva come un peso sulla mia anima, che una roccia di scogliera si fosse posata sul mio petto?
La piccola, ormai rinsecchita dalle giornate passate in cielo decise così di abbandonarsi, stanca di combattere e di resistere ad un destino ormai segnato.
Perché intestardirsi quando si ha la via così chiara davanti ai propri occhi da poterla disegnare, perché? Non sarebbe forse più semplice lasciare andare? Far scorrere i secondi consapevoli di un’imminente fine.
Lasciarsi semplicemente cadere come quella foglia, adagiarsi al suolo, farsi raccogliere da un giardiniere e tornare vicino ai propri simili, a quella famiglia alla quale forse non si è mai appartenuti eppure la si continua a vedere come un clan, un luogo sicuro a cui tornare prima di andarsene, per sempre.
Cercai di seguire con lo sguardo e di immaginare con la mente quale traiettoria avrebbe seguito la foglia lungo il suo breve decadimento, difficile da stabilirsi nelle mie condizioni, non sentivo il vento sulla mia pelle da così tanti anni che a stento ne ricordavo la sensazione.
Ricordo che da bambina il vento aveva un colore per me, anzi aveva mille sfumature, poteva essere azzurro in una giornata fredda ma serena d’inverno; in estate era un puro arancione, deciso e grintoso, ogni sua sferzata ti scaldava anima e cuore, ma c’erano giornate, le peggiori, nelle quali era grigio, apatico come il breve istante che precede una tempesta, quando tutto si prepara ad esplodere.
Il cielo non aveva colore da giorni, mesi.
Era diventato trasparente da quando ne persi la percezione, da quando ne venni privata.
L’unico grigio al quale potevo fare affidamento erano le sbarre della finestra, l’unico schermo dal quale intravedo il mondo, diviso, lacerato da ammassi di cemento.
Era così difficile recuperare il ricordo dell’esterno, dei campi, della sensazione dei miei piedi sull’asfalto, sull’erba, del bruciore degli occhi quando ti soffermi troppo ad osservare il Sole, che sarebbe una menzogna anche solo provare un sentimento di mancanza.
Come può mancarti una sensazione che a stento credi di aver vissuto?

Pensavo che la foglia cadesse a terra, lontano dove la potessi vedere, avevo assistito alla sua nascita e ora nessuno aveva il diritto di impedirmi la visione della sua morte. Non fu così. Si avvicinò a tal punto alla finestra della mia stanza che anche sporgendomi me ne era impedita la vista, non avrei mai scoperto dove si sarebbe posata per la sua ultima volta, se su di un cespuglio, tra le frasche vicino ad un laghetto, sul cemento, vicino al piede di un bambino, magari sarebbe stata il terreno per la pisciata di un cane, o forse, una bambina l’avrebbe raccolta per farne un quadretto, quelli un po’ vintage e l’avrebbe appesa nella sua cameretta.
Ma alla fine perché focalizzarsi su una foglia che cade, non è nient’altro che una dannatissima foglia che cade, e allora perché non riesco a staccarne lo sguardo? Perché tutta questa frustrazione per non aver assistito alla sua fine?
Credo che la risposta sia intrinseca al mio bisogno di associare ogni avvenimento ad una storia, possibilmente auto-conclusiva. Ogni oggetto esiste per un motivo, ha un suo scopo e quando esso è stato compiuto viene gettato via, dalla siringa che l’infermiera usa ogni mattina per bucarmi il braccio, al bicchiere d’acqua che bevo ogni sera prima di addormentarmi. Tutto ciò che ci circonda ha uno scopo e se avesse una voce potrebbe raccontarci una storia. Ma non una qualsiasi, la sua storia, ciò per il quale nel suo piccolo è stato importante. Nulla più dell’essere umano però ha il potere di raccontare storie.
Gli oggetti essendo inanimati si limitano ad essere usati per un determinato obiettivo e in un determinato lasso di tempo; nella maggior parte dei casi già stabilito.
Gli animali, si dice che parlino con gli occhi e se potessero direbbero solo la verità poiché anime pure ma l’essere umano, una tra le creature più ignobili, sa mentire. L’abilità di creare storie in un essere pensante e parlante, dotato di logica ed intelligenza non sempre può portare ad esiti positivi. Ovviamente, non si dovrebbe generalizzare, non tutti gli uomini sono cattivi ma tanto meno buoni. L’astuzia può portare ad ampia generosità ma contemporaneamente a profondo egoismo. L’umanità infatti è nota per la sua capacità di vivere storie e soprattutto far vivere e perché no, anche costringere. Io non volevo crescere tra queste quattro mura eppure sono qui. E questa è la mia storia.
Ogni mercoledì mattina il rito era lo stesso, la sveglia suonava, la mia compagna di stanza iniziava ad urlare, una guardia batteva un colpo sulla griglia della nostra porta. Contavo fino a dieci, uno, due, tre….sette, otto, nove, dieci: entrava il medico, come sempre.
Ci guardava negli occhi e ci diceva che era arrivato il momento di prendere la pillola, poi entravano due infermiere, una si avvicinava al mio letto e l’altra a quello di Deborah. Avevano nella mano sinistra una pastiglia blu e nella mano destra un bicchier d’acqua. Era tutto molto semplice.
Semplice, che termine strano per definire una cosa che può renderti così asettica, in poco tempo, bastavano pochi minuti e sentivo il corpo riempirsi di uno strano formicolio, sembrava quasi come se non mi appartenesse, se fosse un’altra a tremare per me. Non dovevamo far altro che prendere la pillola nella mano destra, il bicchiere nella mano sinistra, bere ed ingoiare la medicina, semplice no?
Le risate all’interno della mia mente rendevano ridicolo il tutto eppure non c’era niente da ridere, assolutamente niente.

Eravamo rinchiuse come topi, cavie da laboratorio e il nostro unico compito era bere ed ingoiare la medicina ogni mercoledì mattina. Così feci il mio dovere, presi la pillola blu, la avvicinai alla bocca e col bicchiere mi bagnai le labbra, era cilindrica, potevo sentire il suo corpo leggermente smussato al centro, su quella pieghetta che tiene unite le due parti, al suo interno, chissà cosa ci fosse al suo interno, di sicuro non ne ero a conoscenza, nessuno lo era, noi dovevamo soltanto ingoiare e non preoccuparci di altro.
Il mondo cambiava rapidamente ed era bellissimo. Io e Deborah eravamo vestite con due abiti firmati, non avevo mai avuto una pelle così candida ed ero persino truccata, un velo di matita nera che sottolineava i miei occhi marroni come se volesse evidenziare il mondo che vi avevo celato all’interno. Ci avvicinavamo alla sala da pranzo e un uomo bellissimo ci aveva preparato le portate: primo, secondo e il dolce, come se non bastasse il suo sorriso a rallegrarmi la giornata. Potevamo anche uscire, correre in giardino, sentire il profumo dei fiori e il calore dell’aria sulla nostra pelle ormai non più stanca. Era troppo bello per essere vero.
Infatti non lo era.
Quella pillola blu, ti faceva cadere inerme in un sonno così surreale da sembrare reale, invece rimanevamo incatenate lì a quei letti, ore ed ore, ad occhi sbarrati mentre la nostra mente vagava e perdevamo sempre di più il controllo.
Il nostro risveglio era sempre abbastanza tranquillo, ovviamente non ricordavamo molto dell’accaduto, a pensarci bene era raro avere dei ricordi nitidi di ciò che ci attraversava la mente.
Il processo non era breve come potrebbe sembrare a prima vista e tutto era organizzato nei minimi dettagli. I nostri corpi erano ormai abituati a prendere un dose massiccia di farmaci tra i più disparati, anti-epilettici, psicotici, immunosoppressivi, analgesici, antiparassitari, se un giorno qualcuno di noi avesse deciso di ribellarsi al sistema ne avrebbe pagato le conseguenze.
Ne vidi molte di crisi di astinenza e rimasi così scioccata che non saltai mai una “cura”.
Il lunedì avevamo l’iniezione, dovevamo dirigerci tutti in fila indiana, in silenzio nella hall dell’istituto, lì ci veniva consegnato un numero, dal paziente più lodevole al meno. Era crudele la gerarchia a cui noi reclusi dovevamo sottostare, le medicine iniziavano a scarseggiare e i meno pacati rimanevano senza, il che voleva dire crisi di astinenza assicurata. Il numero cresceva ogni giorno e di conseguenza aumentava la probabilità di non prendere tutti i farmaci necessari alla nostra sopravvivenza, molti di noi morivano così, credo fosse il loro modo silenzioso per sterminarci.

Fortunatamente io non avevo mai saltato la cura, ero sempre stata al mio posto ed avevo portato rispetto per medici, infermiere e guardie e loro facevano lo stesso con me, o almeno mi riservavano il rispetto che avrebbero riservato ad un bestia, in quelle condizioni era meglio di niente.
Il martedì era il giorno della somministrazione del farmaco sperimentale, venivamo divisi in gruppi e a turni cicilici testavamo diversi farmaci per velocizzare la loro circolazione nel commercio mondiale.
Il mercoledì la pillola blu, il giovedì avevamo vari corsi focalizzati sulla concentrazione e sullo sviluppo delle attività cognitive, il venerdì era la giornata dei controlli, test clinici interminabili che sembrava non finissero mai, il sabato e la domenica potevamo dedicarci ai nostri hobby tra cui l’arte, la musica e la scrittura ovviamente sempre sotto il controllo di farmaci che ci venivano iniettati ogni mattina alle 7:00.
La mia vita era questa ma questa non era la mia storia o comunque non come la volevo raccontare io.
Sapevo d’essere diversa, riuscivo a cogliere dettagli che agli altri sfuggivano, attimi di mondo insignificanti che per me erano fondamentali, come la traiettoria della foglia che ancora s’aggirava nella mia mente.
Quel giorno avevo particolarmente freddo, tirai verso di me la coperta azzurra, mi raggomitolai come un infante e mi addormentai. I sogni erano il momento preferito della mia giornata, quelli veri che i medici non potevano controllare, quelli frutto dei propri desideri e delle proprie paure. Avrei vissuto una vita tra i miei sogni, forse addirittura tra gli incubi, piuttosto che rinchiusa in queste quattro mura bianche, anche se avesse voluto dire scappare, almeno, per la prima volta nella mia esistenza avrei potuto correre.

 

Chiara Ferretti

 

Link al blog di Chiara https://chiaramente134122579.wordpress.com/

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