Sulle ali della tua gabbianella

Noi dello Strillone Universitario abbiamo un gruppo, uno di quei gruppi Whatsapp per coordinarci e, occasionalmente, mandarci gli auguri di compleanno e Pasqua. Uno di quei gruppi come tanti, in cui ti aspetteresti di leggere belle notizie, qualche indicazione utile, un paio di scadenze e qualche battuta.

Era così fino a qualche giorno fa, e proprio per questo motivo non mi sarei mai aspettata di aprirlo per trovarci dentro una notizia devastante: forse, insieme alla terribile perdita di alcuni conoscenti, uno dei segnali per me più forti di quanto questa emergenza sia travolgente, non faccia sconti a nessuno, falciando ogni filo d’erba che incontra sul suo percorso.

Non importa quanto un essere umano sia buono, gentile, quanti sogni e speranze abbia regalato al mondo e quanto ancora abbia da dare, o magari da ricevere: per questo, come per tutti i virus esistenti, ognuno di noi è un contenitore vuoto, una fabbrica da sfruttare a piacimento per la propria replicazione, usurandola, se necessario. Senza distinzioni.

E così è stato anche per Luis Sepúlveda, proprio quando la maggior parte di noi, preso dalla frenesia di questi giorni, aveva tirato un sospiro di sollievo alle parole della moglie “E’ stabile, è ben protetto, non è in coma”, per poi archiviare il pensiero tra videolezioni ed esami telematici.

Ma questo virus non lascia respiro, e non solo ai malati. Non si può abbassare la guardia, non si può fingere che vada tutto bene e comportarsi come sempre, perché è tutto diverso, e chissà per quanto ancora sarà così.

#Restateacasa non è solo un hashtag, “Tutto cambierà” non è allarmismo.

Come per molti di noi la piena consapevolezza è arrivata con l’immagine di quella piazza, deserta, di fronte al Papa che concede l’Indulgenza Plenaria, per me è giunta con quel breve messaggio sul gruppo del giornalino: “non so se avete letto, ma purtroppo L. Sepúlveda ci ha lasciato a causa del Coronavirus”.

E così è scomparso uno dei grandi fari della mia generazione, ma non le sue parole, perché Scripta manent. Grazie al cielo.

Le parole di uno scrittore sono la sua eredità, di più: la forma più sincera e generosa di eredità, perché non esclude nessuno dal testamento.

E sono una delle poche àncore eterne a cui, in questo momento incerto, possiamo aggrapparci per non affondare.

Per questo oggi sono qui, tra mille appunti da sistemare, a dare la precedenza a questo articolo, che probabilmente suonerà frettoloso e tutt’altro che formale: per ricambiare, con queste mie minuscole frasi, le immense parole di Sepúlveda, alcune delle quali mi hanno cambiato la vita.

No, Sepúlveda non era solo uno scrittore. È stato una testimonianza umana dell’America latina. Ha fatto parte della scorta di Allende durante il Golpe Cileno del ‘73, ha conosciuto la dittatura, la prigione, l’esilio. E, nonostante ciò, ha sempre continuato a sentirsi “cittadino prima che scrittore”.

Ma ciò per cui lo conosco io è la sua penna, e vorrei che tutti noi in questo momento di stop impiegassimo un po’ del nostro tempo per leggerlo.

Nei suoi libri ha parlato delle grandezze e delle miserie del Novecento, dando voce a chi non ne aveva: ha raccontato storia e memoria, dignità e speranza, esilio e ritorno, ideali e sogni infranti, facendosi cantore della lotta politica e sociale tra ciò che è bene e ciò che è male.

È noto anche per aver scritto favole per bambini, ma persino in quelle occasioni ha fatto molto di più:

ci ha insegnato a pensare al di fuori dai nostri comodi schemi e pregiudizi, nel migliore dei casi incompleti, nel peggiore totalmente sbagliati;

ci ha guidato attraverso situazioni per noi inimmaginabili (felini che parlano? Un gatto che si prende cura di una gabbianella? E andiamo, come può insegnarle a volare?).

Una sua personale spiegazione della scelta dei personaggi è stata, durante un’intervista: “Delle mie favole sono sempre protagonisti animali e questo, come accadeva in quelle antiche, ti permette di vedere da lontano il comportamento umano per comprenderlo meglio”.

Ma nelle sue storie c’è anche qualcosa di più prezioso e ampio: dando voce agli animali, Sepúlveda è riuscito a spiegarci che tutto il mondo è sorprendente, degno di nota e rispetto, e non solo la bolla antropocentrica in cui siamo abituati a rinchiuderci (peraltro, con le conseguenze che stiamo sperimentando in questi mesi).

Sepúlveda è stato in grado di farci vedere il mondo con gli occhi di una gabbianella, orfana e smarrita a causa dell’uomo, di un gatto che da predatore diventa protettore, di un cane fedele al padrone fino alla morte. Perché, al di là delle ovvie differenze morfologiche e biologiche, noi non siamo così diversi, e certo non siamo superiori.

Il concetto di superiorità di una specie su un’altra non esiste, nemmeno in Biologia.

Esiste solo la creatività della vita, che si adatta in modi diversi a diverse condizioni, e la capacità di reagire al cambiamento quando questo si abbatte su di noi, unica grande forza vivente declinata in migliaia di regni, phyla, classi, ordini e famiglie.

Sepúlveda questo l’aveva capito: aveva percepito quanto importante fosse preservare la straordinaria diversità della vita, da convinto ecologista e protettore dei più deboli quale è sempre stato.

Aveva anche compreso come, collaborando al di là di ogni possibile differenza o preconcetto, si possa uscire perfino dalle situazioni più difficili.

E ha cercato di insegnarcelo.

Forse allora il più grande regalo d’addio che possiamo fare a questo gigante buono della letteratura, prematuramente scomparso, è immagazzinare e applicare i suoi insegnamenti, mostrando a lui e a tutte le donne e gli uomini che abbiamo perso, ovunque essi siano, che sappiamo prenderci cura del mondo che ci hanno lasciato.

 

di: Martina Suraci (Scienze Biologiche, dip. Scienze della Vita)

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