ONE WORLD ONE HEALTH: IL NUOVO CORONAVIRUS NON È PIÙ SOLO UN PROBLEMA CINESE

La vulnerabilità del mondo rispetto all’emergente infezione virale

Ciò che si temeva da diverse settimane e che è ormai diventato il principale argomento di conversazione e una grande fonte di preoccupazione nella popolazione generale, è avvenuto: il nuovo Coronavirus o SARS-CoV-2 è arrivato in Italia ed è ormai responsabile di un’epidemia autoctona, con 650 casi positivi e 17decessi (dagli ultimi dati pubblicati dal Ministero della salute ed aggiornati alle ore 18.00 del 27 Febbraio), a distanza di soli pochi giorni dal primo caso diagnosticato nel Lodigiano lo scorso 18Febbraio.

I primi casi di malattia nel nostro paese erano stati in realtà individuati lo scorso 30 gennaio, quando una coppia di turisti cinesi era stata ricoverata e isolata presso l’ospedale Spallanzani di Roma; poco dopo il 6 Febbraio, la stessa sorte era toccata ad un giovane ricercatore italiano, rimpatriato da Wuhan e successivamente risultato positivo al nuovo coronavirus. Questi casi di importazione, ad oggi guariti, erano stati prontamente gestiti con anche l’attivazione misure di isolamento che hanno impedito la diffusione del virus.

Diversa invece la situazione nella quale ci troviamo oggi. Sarà più complicato limitare del tutto la circolazione del SARS-CoV-2 nel nostro paese alla luce dei piccoli focolai epidemici individuati in primo luogo in Lombardia e Veneto. Qualcosa non ha funzionato nelle strategie di confinamento dell’infezione in Cina (come l’interruzione dei collegamenti aerei diretti). Nella provincia di Hubei furono di fatti individuati (già dallo scorso dicembre) i primi casi di un’infezione respiratoria di origine sconosciutaattribuita dalle autorità cinesi e dall’OMS al nuovo Coronavirus il 9 gennaio scorso.

In un mondo globalizzato come quello di oggi era forse quasi utopistico sperare di confinare alla Cina un’infezione causata da un virus che ha tra le caratteristiche più temibili proprio lacontagiosità (una persona infetta può contagiare mediamente infatti da 1,5 a 3-4 persone), soprattutto quando al momento della dichiarazione al mondo della comparsa del nuovo coronavirus da parte dell’OMS i casi di COVID-19 (corona-virus disease) erano già diverse migliaia. Il ritardo nella segnalazione della nuova infezione in Cina, tra l’altro in coincidenza con il Capodanno lunare cinese nonché l’atteggiamento negazionista iniziale sulla portata del problema delle autorità cinesi hanno facilitato la diffusione dell’infezione, ad oggi responsabile di un totale di 83310 casi confermati nel mondo, 78959 dei quali nella sola Cinae di 2858 morti (dati del Ministero della Salute, aggiornati al 27 febbraio). Emblematico della gestione opaca da parte cinese è la storia del dottor Li Wenliang, il primo ad aver avuto l’intuizione della comparsa di una nuova malattia, inizialmente censurato e purtroppo deceduto proprio a causa di complicanze dell’infezione dal nuovo virus.

I dati ufficiali dell’OMS indicano che l’Italia all’oggi è il terzo paese per casi accertati, dopo per l’appunto il “Paese del Dragone”e la Corea del Sud. I 650 casi italiani sono molti di più di quelli identificati nei limitrofi paesi europei, probabilmente anche per via dell’intervento di raccolta ed analisi di campioni da tutti i contatti di pazienti con covid-19 identificati. L’attuazione di questa campagna di screening a tappeto da parte delle autorità sanitarie italiane segue la ratio di limitare e rallentare l’ulteriore diffusione del virus attraverso l’identificazione precoce anche di soggetti paucisintomatici che forse non sarebbero stati altrimenti individuati prevedendone isolamento per un periodo di 14 giorni.Come ha precisato lo psichiatra Fabrizio Starace, direttore del Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche dell’Ausl di Modena e membro del Consiglio Superiore della Sanità: “l’aumento del numero di casi accertati è positivo, significa che stiamo facendo un buon lavoro, mettendo queste persone nella condizione di non trasmettere l’infezione ad altri.”

Tutti gli sforzi della politica e delle autorità sanitarie sono rivoltiquindi a contenere e a rallentare l’emergenza di nuovi casi di malattia da parte di un virus su cui ancora non si hanno molte informazioni disponibili. Questo elemento è sicuramente in parte causa del clima di isteria che si è creato nel nostro paese. 

Nell’ottica di governare la diffusione del virus, di prevenirne la rapida circolazione e soprattutto di sviluppare un giusto atteggiamento nei confronti del rischio associato alla covid-19, risulta molto utile documentarsi sulle caratteristiche di questo nuovo agente patogeno.

SARS-CoV-2 è un virus appartenente alla famiglia dei coronavirus. A questa famiglia appartengono particelle virali aRNA in grado di dare per lo più infezioni respiratorie con sintomi da lievi a moderati, fino a forme più gravi come la MERS (la sindrome respiratoria del Medio-Oriente del 2012) e la SARS (sindrome respiratoria acuta grave del 2002). Si ritiene che SARS-CoV-19 sia un virus che ha compiuto il “salto di specie”, ovvero che ha acquisito la capacità di infettare l’uomo attraverso mutazioni avvenute in un ceppo probabilmente infettante un animale selvatico non ancora identificato con certezza, come il pipistrello o lo zibetto, animali normalmente venduti all’interno di mercati di animali selvatici nelle città cinesi.

I sintomi più comuni dell’infezione da nuovo coronavirus includono febbre, tosse e difficoltà respiratorie, sintomi aspecifici in buona misura sovrapponibili a quelli causati dai virus dell’influenza, per altro attualmente in circolazione, il che rende difficile giungere rapidamente ad una diagnosi differenziale. 

Fabrizio Pregliasco, virologo dell’Università degli Studi di Milano e direttore sanitario dell’Istituto Ortopedico Galeazzi, ha fornito in una recente intervista rilasciata al Corriere della Sera qualche numero per chiarire quale sia la gravità e il decorso della malattia. Dai dati attualmente a disposizione sembra che nell’80% dei casi i sintomi siano lievi o irrilevanti mentre in un 15% dei casi la patologia possa evolvere verso casi di polmonite virale primaria. Nel 5% dei casi il quadro può essere più grave, con forme di distress respiratorio e necessità di ricovero in rianimazione. I casipiù gravi che nella maggior parte delle volte riguardano soggetti defedati, con patologie preesistenti e spesso in età avanzata,possono purtroppo anche condurre al decesso.

Un recente studio sui primi 72314 casi di malattia ha infatti documentato come la letalità del virus cambi in funzione dell’età dei soggetti colpiti. La percentuale di mortalità nei soggetti di età compresa tra gli 80 e gli 89 anni è infatti del 14.8% mentre tende a ridursi considerevolmente per altre fasce di età con un tasso di mortalità dell’8% in pazienti tra 70 e 79 anni, del 3.6% tra 60 e 69 anni, dell’1.3% tra 50 e 59 anni, dello 0.4% tra 40 e 49 anni, dello 0,2% tra i 10 e i 39 anni. Nessun caso di morte è stato registratoinvece nei bambini tra 0 e 9 anni.

La trasmissione avviene per via interumana attraverso il contatto diretto con soggetti sintomatici, ovvero che abbiano manifestato i sintomi della malattia. Il contagio avviene mediante le goccioline di saliva emesse con i colpi di tosse o starnuti; oppure toccandosi con le mani contaminate bocca, naso, occhi. È possibile tra l’altroche l’infezione venga trasmessa anche da soggetti ancora asintomatici che hanno contratto l’infezione, sebbene sembri che sia rara questa modalità di trasmissione del virus. Il periodo di incubazione dell’infezione è infatti di 3-12 giorni (massimo 14) ed è possibile che in questa fase di latenza il virus venga comunque trasmesso dal soggetto infettato.

La malattia decorre quindi nella maggioranza dei casi in maniera benigna con guarigione spontanea dei pazienti, tanto che la maggior parte dei soggetti positivi all’infezione questi non hannoavuto bisogno di ricovero ospedaliero venendo semplicemente tenuti in isolamento presso il loro domicilio. Nonostante la bassa mortalità generale è necessario tentare di limitare la diffusione di un virus potenzialmente in grado di causare una pandemia soprattutto per proteggere i soggetti più a rischio. Mancano di fatti una terapia specifica o un vaccino. 

Si tenta di conseguenza di promuovere misure di prevenzione e di buon senso. Il Ministero della Salute ha pubblicato il vademecum dei comportamenti da seguire per limitare il rischio di contagio: lavare spesso le mani con acqua e sapone o con gel a base alcolica; evitare il contatto ravvicinato con persone che soffrono di malattie respiratorie acute; non toccare occhi, naso e bocca con le mani; coprire bocca e naso con fazzoletti monouso quando si starnutisce o tossisce o usare la piega del gomito; non prendere farmaci senza prescrizione del medico; pulire le superfici con disinfettanti a base di cloro o alcol; usare la mascherina solo se si sospetta di essere malati o se si assiste una persona malata; non recarsi in pronto soccorso in caso di dubbi, ma contattare il proprio medico di famiglia o chiamare il numero verde dedicato 1500. Importante sottolineare come i prodotti Made in China, i pacchi provenienti dalla Cina e gli animali da compagnia non siano veicolo di trasmissione del virus.

Anche le regioni sono intervenute con delibere tese a controllare la diffusione dell’infezione: in Emilia-Romagna un’ordinanza regionale ha disposto la chiusura per l’ultima settimana di febbraio di scuole e università e la sospensione di manifestazioni pubbliche come rappresentazioni teatrali, cinematografiche e musicali ed aleggia la possibilità che il provvedimento venga prolungato anche alla prossima settimana. Oltre a ciò è stato attivato anche un numero verde regionale per avere informazioni: il n. 800033033.

Sebbene sia quasi surreale vedere in piena sessione d’esami universitari aule vuote e biblioteche chiuse, il provvedimento non ha però stabilito modifiche straordinarie del nostro vivere quotidiano. Rimangono aperte palestre, ristoranti, bar. Nonostante questo la corsa agli scaffali dei supermercati, l’esaurimento delle mascherine, i gel alcolici ormai introvabili nei market e i locali non più affollati come al solito, sono specchio dello stato emotivo di tensione della popolazione modenese e del sovraccarico di informazioni confuse sull’argomento.

Forse non solo la reale pericolosità del virus ma la psicosi attorno all’argomento è il segno più palpabile della vulnerabilità dell’uomo rispetto al mondo dei microrganismi e dei virus.

Valentina Maria Mingrone

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