Il secolo di Federico

Impressi sulla pellicola vi sono vizi, virtù, libertà, peccato ed unpizzico di sapore mediterraneo… uniti insieme in un’atmosfera intrisa di sogno e di racconto. In una sola ripresa può essere racchiuso il mondo intero, e non importa se a colori o in bianco e nero: la vitalità dei soggetti dà voce ad un animo espressionista.

Questo è il cinema di Federico Fellini: un neorealismo pop, teatrale, di avanspettacolo e di pura fotografia.

La stessa colonna sonora è immaginifica; le musiche di Nino Rota accompagnano lo spettatore in un viaggio visionario e allo stesso tempo estremamente concreto e reale, fra fisarmoniche ed archi, un suono energico ed espressivo.

“E’ una festa, la vita” afferma Guido Anselmi (Marcello Mastroianni) in 8½, uomo completamente perso nella relatività dell’esistenza e incapace di un ulteriore gesto artistico nonostante la professione di regista. Perso, fra il quasi amore nei confronti della moglie fedele e il desiderio di possedere l’amante e le diverse donne che incontra sul suo percorso di vita, un dandy insoddisfatto, schiavo di Hedoné e dell’insicurezza.

Moraldo (Franco Interlenghi) è invece un giovane ragazzo, stanco dei suoi amici svogliati e Vitelloni , che sa che la sua vita non potrà ne dovrà consumarsi in un paesino di provincia fra feste di quartiere, tristi carnevali e bigottismo.

Poi c’è Gelsomina (Giulietta Masina) artista di strada, ed è proprio La strada fredda e arida il fulcro delle sue esperienze; dalla povertà sino all’ingenuo affetto nei confronti di Zampanò (Anthony Quinn), un essere rude, capace solamente di sfruttarla come manovalanza per il suo orribile spettacolo itinerante.

La Rimini di Amarcord  è così fittizia da essere vera, ed è qui che si incrociano le storie di personaggi che odorano di fumo e Lambrusco, capaci di lasciarsi andare all’onirismo e ad un erotismo naïf, nello stesso istante in cui l’Italia assume la forma di uno stato fascista e grottesco.

Le maschere felliniane toccano con mano la realtà, si evolvono all’interno di essa e colgono l’amarezza di questa dolce vita, derivante dal caos di una società per nulla in grado di abbandonare il proprio egoismo e la propria ipocrisia, incapace di fare silenzio ed estranea a se stessa.

Fellini è un artista ribelle che combatte l’assurdità sociale portandola su un piano onirico, dai tratti malinconici e vivi. Questa operazione gli permette di studiare ed analizzare ciò che c’è di vero in ognuno dei suoi mille personaggi, osservando con minuzia la reazione di questi ultimi a contatto con l’esterno, con se stesso e con il pubblico.

É una cinematografia della percezione quella di Fellini, un’illusione in grado di contenere la complessità della nostra frenetica realtà e capace di stupire lo spettatore con il messaggio chiaro che trasmette: questa nostra esistenza è un film, il più grande spettacolo a cui tutti noi assisteremo, la più divertente commedia e il più intenso dramma. Paura, felicità, amore, odio, sono sì reali, ma frutto di ciò che abbiamo vissuto, ricordato ed interpretato. Siamo un sogno straordinariamente

vero, razionale follia e lucida irrazionalità.

“Non ho molto da dire.

Credo di aver imparato molto poco in tutti questi anni: ho imparato che ci sono molte cose sconsiderate che puoi fare. E tra quei milioni una che è ancora più sconsiderata delle altre. E di solito fai quella. […] Ho imparato che certi odori si fissano nella memoria e quando li risenti è come se tutti quegli anni non fossero mai passati.

Ho imparato che il sabato è meglio della domenica. […] Ma soprattutto ho imparato che i giorni veramente importanti nella vita di una persona sono cinque o sei in tutto. Tutti gli altri fanno solo volume. Così fra sessant’anni non ti ricorderai il giorno della tua laurea, o quello in cui hai vinto un Oscar. Ti ricorderai quella sera in cui tu e i tuoi amici, quelli veri, avete fumato 10 sigarette a testa e ubriachi persi avete cantato per strada a squarciagola fradici di pioggia.”

Federico Fellini (1920-1993) 

Alessandro Stefani

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