Un errore in Bonafede

Il 2020 è finalmente cominciato e secondo qualche voce autorevole sarà un anno “bellissimo”.
Per cominciare, però, bisogna fare i conti con l’entrata in vigore della nuova riforma della prescrizione, voluta dal ministro della giustizia Alfonso Bonafede e approvata dal Governo Conte I nell’ambito di un pacchetto di misure suggestivamente denominato “Spazzacorrotti”.
Tale soprannome di irreprensibile buon auspicio non è bastato però a convincere non solo gran parte dell’opinione pubblica, ma anche un’ingente porzione del mondo politico e giudiziario; si è così immancabilmente riproposta l’annosa lotta tra garantisti e giustizialisti per l’anima del Paese, e non si è fatta attendere una reviviscenza del dibattito sulla durata dei procedimenti giudiziali in Italia.
Più precisamente, la riforma prevede il blocco della prescrizione del reato dopo il primo grado di giudizio; questo, a detta dei detrattori, porterebbe alla condanna dell’imputato ad un “processo a vita”, con tutte le spiacevoli (e incostituzionali) conseguenze che ciò implicherebbe. Ma si tratta di preoccupazioni eccessive, a sentire i promotori della riforma; tra questi spiccano gli ‘azionisti di maggioranza’ del governo, i pentastellati, che sottolineano come proprio per la numerosità dei ricorsi in appello e Cassazione l’Italia sia ritenuta uno dei paesi dell’Unione Europea in cui i procedimenti giudiziari hanno la durata maggiore e più imprevedibile.
Secondo la tesi dei sostenitori della riforma, il blocco della prescrizione e la conseguente certezza di giungere ad un giudizio definitivo scoraggerebbero invero i difensori dall’intraprendere strategie dilatorie dei termini processuali, contribuendo dunque ad arginare un indefinito e inutile protrarsi delle procedure.
Numerosi giuristi si sono già espressi in merito, esprimendo pareri anche diametralmente opposti.
Secondo Piercamillo Davigo (membro del CSM nonché simbolo della stagione di ‘Mani Pulite’) questa nuova legge accantonerà definitivamente l’epoca dell’impunità per politici corrotti e imputati illustri, graziati all’ultimo dal sopraggiungere del limite massimo entro il quale avrebbero potuto subire una condanna; fu questo il caso dell’onorevole Giulio Andreotti, di cui vennero provati, nel corso del processo di Palermo, i rapporti con Cosa Nostra fino al 1980, ma che non fu mai condannato perché il reato per cui era imputato – associazione a delinquere di stampo mafioso – era caduto in prescrizione.
Ma non serve certo ripercorrere le pagine più nere della giustizia italiana per comprendere quanto sia importante, oggi, intervenire sulla certezza della pena e sulla lunghezza dei procedimenti; quanto sia urgente tutelare in primis quanti attendono un giudizio, ovvero gli imputati.
In difesa di questi ultimi e contro gli sviluppi previsti per loro dalla nuova legge si è schierata buona parte dei penalisti, affiancata da voci illustri del garantismo giuridico quali, ad esempio, Sabino Cassese. L’ex giudice della Corte Costituzionale, nella sua critica al provvedimento, mette in luce un aspetto fondamentale del nostro sistema giuridico, ovvero la centralità della persona: già i Padri Costituenti infatti vollero affermare l’idea della tutela dell’individuo e dei suoi diritti all’interno del processo, tenendo anche conto del carattere primariamente rieducativo della pena, un fattore che oggi viene troppo spesso messo in secondo piano.
L’istituto stesso della prescrizione dovrebbe costituire un argine agli abusi dell’autorità giudiziaria nonchè la garanzia, per l’imputato, di non dover scontare una condanna in un periodo di tempo troppo distante dal momento in cui il reato è stato commesso. D’altronde, che senso avrebbe far scontare ad un padre di famiglia la pena per una rissa compiuta in giovanissima età? Quale rieducazione potrebbe mai avere luogo in un caso simile? La verità è che, in un tale lasso di tempo, le persone cambiano, mutano fino all’ultima cellula del loro corpo; perseguire oggi persone che risultano completamente diverse da quelle che in passato hanno compiuto il reato ha un senso, oltre che un effetto, completamente diverso.
Anche il mondo politico sembra profondamente diviso sul tema: mentre il movimento 5 stelle difende strenuamente la riforma e Pd e Italia Viva, per lealtà nei confronti dell’alleato di governo, tentano un timido compromesso, quasi tutti gli altri partiti, da +Europa alla Lega (che pure, va ricordato, votò il pacchetto quando fu presentato l’anno scorso in Parlamento) sembrano schierati sul fronte dell’opposizione a questo provvedimento, denunciandone l’oltranzismo e l’eccessiva rigidità. Il monito più duro arriva da Emma Bonino e dai Radicali che, riunitisi in un sit-in davanti a Montecitorio insieme a Carlo Calenda e Stefano Parisi, condannano quella che definiscono la ‘barbarie’ del Governo sul tema della giustizia, ammonendo la maggioranza per la direzione presa. Il più grave errore della riforma, afferma Emma Bonino, è l’attacco frontale alla certezza del diritto e la condanna de facto dell’imputato all’agonia di un processo infinito. Si parla dei più di 27.000 cittadini innocenti che negli ultimi 20 anni lo Stato ha dovuto risarcire per errori giudiziari, più di mille ogni anno, che in futuro potrebbero essere costretti a pagare tutta la vita per un crimine mai davvero commesso. L’appello della storica leader radicale a modificare al più presto la legge si aggiunge a quello di molti illustri personaggi del centro-sinistra e del centro-destra, che invitano a votare la proposta di legge presentata dal deputato di Forza Italia Enrico Costa che, di fatto, andrebbe a cancellare la riforma della prescrizione del ministro Bonafede.
Nonostante le critiche anche molto dure ricevute da buona parte della stampa e del mondo politico non sembrano esserci cedimenti da parte del ministro della giustizia o dai vertici del M5S, che continuano ad invocare l’esigenza di un cambio di paradigma sul tema della giustizia, al fine di assicurare finalmente processi più ‘snelli’ e di disarmare chi mira ad eludere una condanna sfruttando le istanze dilatorie offerte dalle procedure del nostro sistema giudiziario.
Questa posizione non sembra, però, dare risposte a quanti chiedono interventi concreti per sciogliere definitivamente il nodo burocratico che impedisce ai numerosi processi penali pendenti in Italia di giungere ad una rapida conclusione, nè soddisfare quanti si aspettano che la politica ponga un argine a quel populismo giudiziario che da tempo sembra aver conquistato la ‘pancia’ del Paese.
Questi temi, ormai al centro di un acceso dibattito, meritano certamente ben più di una riflessione.

Pietro Borsari

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