Ogni 15 minuti

Donna e uomo: due note dello stesso accordo.

Due note diverse, ma unite e sorrette da una terza fondamentale che è empatia, uguaglianza, rispetto.

E’ da questo accordo base che può poi nascere una melodia, un’aria, una sinfonia; è da questa semplice triade che scaturisce la musica più bella e complessa, densa di intrecci e sfumature, sommariamente indicata dagli uomini col sostantivo “amore”.

Ma ci sono altre parole, più pericolose, che non si limitano a rivestire questa musica, ma finiscono per ingabbiare ciò che si dice la relazione fra uomo e donna: luoghi comuni e pregiudizi vanno a formare le maglie di un tessuto rigido, infeltrito, di una forma opaca capace di celare un contenuto opposto senza mutare aspetto.

Accade così che il discorso sull’amore si riduca alla logica dei costumi; una logica cieca,  meccanica e ripetitiva per cui una delle parti (quella che ieri indossava elmo e schinieri, ma oggi, più probabilmente, si fa scudo di una camicia, stirata da qualcun altro) è legittimata ad assalire l’altra che non gli si sottomette, a toglierle il respiro e la luce.

Il tutto sotto lo sguardo assente del pubblico, ormai assuefatto a tali spettacoli: fra le vittime e gli spettatori, infatti, si erge come un muro il drama fine a se stesso, valvola di sfogo degli istinti e delle frustrazioni più basse, megafono del pietismo generale.

Non c’è spazio per la ragione, le argomentazioni latitano; così il confine (che chi frequenta i teatri sa essere piuttosto labile) fra il tragico e il grottesco viene irrimediabilmente compromesso.

In Italia una donna ogni 15 minuti subisce violenza.

Fanno 88 al giorno.

Il 39,3 % delle persone ritiene che una donna sia in grado di sottrarsi ad un rapporto sessuale non voluto.

Il 23,9% che la violenza sessuale dipenda dal modo di vestire.

Il 15,1% che una violenza sessuale perpetuata nei confronti di una donna sotto l’effetto di alcool o droghe sia anche di responsabilità di quest’ultima.

Sommare queste percentuali rivela una predisposizione all’assoluzione, o perlomeno alla concessione di attenuanti ai colpevoli.

Questa è cultura della violenza.

Nel momento in cui una mentalità sessista (purtroppo ancora diffusa nel pensiero comune) prevale sul valore dell’uguaglianza, viene pregiudicata la costruzione di quel meraviglioso paradosso che costituisce una relazione di vera parità fra due persone, ciascuna universalmente sacra nella propria individualità.

Di primaria importanza per scongiurare questa tendenza saranno quindi l’istruzione e l’educazione, le sole in grado di provvedere gli strumenti per non abbandonarsi allo stereotipo ed il coraggio di combattere fino all’eliminazione ogni retaggio culturale votato alla segregazione e alla morte civile, morale e fisica della donna.

Ma non meno importante sarà l’esempio di chi vive ogni giorno della propria vita contribuendo alla costruzione e al mantenimento di una comunità in grado di crescere nella considerazione dell’altrui persona.

In Italia, a parità di mansione, una donna può guadagnare il 43,7% in meno rispetto ad un uomo.

L’accesso a posizioni di dirigenza è un ostacolo difficile da superare.

Il 32,5 % delle persone ritiene che “per l’uomo, più che per la donna, è molto importante avere successo nel lavoro”.

Il 31,5 % che “gli uomini sono meno adatti ad occuparsi delle faccende domestiche”.

Questa è cultura della disuguaglianza.

Combattere chi vieta il realizzarsi dell’altro solamente sulla base del genere è vitale.

Il rispetto e la considerazione sono il futuro; nella tutela e nell’ascolto risiede il progresso stesso, capace di nascere anche in un ambiente votato alla cultura dell’ignoranza.

Ma dove non v’è conoscenza né capacità o desiderio di apprendimento, la legge imperativa si rivela uno strumento insufficiente e in fin dei conti sterile. Per una concreta affermazione dei valori a cui teniamo si deve agire, con la convinzione che anche la storia più intensamente buia si avvia verso un finale di coraggio e di rinascita.

Alessandro Stefani

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