UN SOGNO E UN PORCOSPINO: Sul perché porsi traguardi irraggiungibili

Vi racconto una storia. Per alcuni di voi potrà sembrare una semplice favola da narrare ai bambini prima di andare a dormire. Come darvi torto, ciò che vi accade è fantastico, irreale, puerile, apparentemente senza alcun senso. Nonostante ciò, questa non è una semplice ninna nanna da canticchiare ai più piccoli, prima che chiudano gli occhi. Questo è un mito. È un racconto che giunge da lontano, tramandatoci da un popolo antico.

Non è come le solite leggende cui siamo abituati. Tutti noi, infatti, concordiamo nel reputare significative narrazioni come l’Iliade o come l’Odissea. È evidente la loro importanza. Sappiamo che possono e devono insegnarci qualcosa. Questo perché sono epiche, sono profonde. Vi è però nel mondo, fuori dai nostri libri scolastici, una quantità gigantesca di miti di cui non abbiamo consapevolezza. Certo, alcuni, come la storia in questione, sono meno lunghi, meno eroici e meno affascinanti di quelli che già conosciamo. Ma non per questo sono meno importanti. Ogni mito è stato formulato per lasciare al mondo un messaggio, un insegnamento. Leggendoli, quindi, bisogna essere in grado di ricercare un senso in ciò che sembra non averne, per comprendere che sotto la loro patina di racconto e di metafora si celano suggerimenti per vivere, modelli per agire, che possono essere seguiti da ognuno di noi, purché si riesca ad aver fiducia in ciò in cui altri uomini credevano così tanto. Purché si sappia ascoltare ciò che loro volevano realmente dire.

La storia, che ci giunge dal Nord America, narra di una bambina e di un porcospino. La fanciulla, dopo aver notato sotto un albero l’animale, ci si avvicina per afferrarlo. Il porcospino, però, inizia a scappare, arrampicandosi sull’albero sotto cui riposava. La ragazzina senza pensarci sceglie di seguirlo nella sua scalata. Il desiderio che l’ha infuocata la spinge in quest’umile impresa. Il porcospino, spaventato, continua a salire e la bambina gli va dietro, fino a quando entrambi raggiungono la cima della pianta. “Sei mio!” esclama la ragazza, incitata dalle urla esultanti degli amici che da sotto la osservano increduli. Però, mentre le sue mani stanno per cingere la bestiolina intimorita, l’albero improvvisamente si allunga, dando nuovo spazio per la fuga. E così, di nuovo, salgono e salgono. Ogni volta, quando lei sta per conquistare il suo obbiettivo, questo scappa su rami che non smettono più di allungarsi. Gli amici, allora, le urlano dalle radici, impensieriti, di desistere, di arrendersi, di scendere. Ma lei no! Continua ad arrampicarsi, un passo dopo l’altro, dietro quel porcospino che oramai è divenuto lo scopo della sua esistenza. Agli occhi degli amici, data la distanza, la ragazzina diviene prima un punto scuro, fino a perderla di vista quando lei raggiunse, dietro all’animale, il cielo e le stelle.

Bella, vero? Presa letteralmente, concorderete con me, ha poco da insegnarci. Non ci insegna né come acciuffare un porcospino e nemmeno come giungere in cima ad un albero. Non ci dice nemmeno nulla sull’albero in questione, dal momento che nella nostra realtà i tronchi non si allungano fino alle stelle. Questo è un mito e, come detto, qualcosa deve pur significare. La cosa belle delle leggende è che si lasciano interpretare. Ognuno può farlo. Ovviamente ci saranno comprensioni più o meno giuste e razionali, ma, nonostante ciò, a tutti è permesso ragionare sul senso che una determinata storia può nascondere nella sua trama.

Io penso che questa storia ci permetta di riflettere su quella bellissima facoltà che l’uomo ha di sognare, ponendosi dei desideri per cui lottare, dei traguardi per cui correre e scalare, incuranti della paura. La bambina rappresenta tutti noi, umani che dedicano la propria vita all’ottenimento di un obbiettivo, all’adempimento della propria passione. Il porcospino, come logico che sia, rappresenta il suddetto sogno, ossia quella meta verso cui ci si affanna, verso cui ci si muove, impegnandosi, con il sudore sulla fronte e le lacrime negli occhi. L’albero, invece, simboleggia la strada che collega noi all’ideale porcospino; un sentiero difficile, fatto di rami, di arbusti, in salita, pieno di ostacoli e da cui, in ogni istante, si può cadere, schiantandosi a terra.

Fino a qui, sembra la classica metafora sulla vita dell’uomo e sul suo successo personale: vi è un individuo che sogna qualcosa, che compie una lunga arrampicata per agguantarla e che, come in ogni favola che si rispetti, alla fine riesce nella sua impresa, “vivendo felice e contento”. Se fosse così sarebbe stato un mito banale, già sentito. Sarebbe stata una semplice favola per bambini. Non ve l’avrei mai raccontata.

Qui, avrete notato, vi è di più. La bambina non riesce nella sua missione, o almeno nessuno può saperlo. Il suo sogno pare irrealizzabile, la strada su cui marcia infinita. Appena sembra riuscirci, deve fare ancora cento metri. Appena sta ponendo le mani sul trofeo, deve rimettersi in cammino perché questo l’ha seminata.

È una visione pessimistica dell’esistenza, in cui i desideri si rivelano impossibili? Forse. Nonostante ciò, preferisco vederla in un altro modo, più esemplare e meno rassegnato.

Qui non si parla di un semplice sogno, di un semplice traguardo da superare tagliando la linea, visibile in fondo alla strada. Qui si parla di una meta irraggiungibile, utopica, irrealizzabile. Il porcospino rappresenta quel trofeo così bello, ma anche così lontano e inarrivabile, da non poter essere afferrato. Qui si parla, quindi, dei veri Desideri, con la D maiuscola: quelli difficili da compiere, quelli che fanno soffrire, quelli apparentemente impossibili, che nonostante tutto perseguiamo. Quante volte noi ci poniamo obbiettivi così ambiziosi? Quante volte ci capita di sognare così in grande da dimenticarci completamente della infinita strada che ci separa dalla nostra personale coppa? Quante volte inseguiamo ciò che non può essere raggiunto?

Ora, questa storia rivela due diversi atteggiamenti umani. Da una parte vi sono gli amici della ragazza. Essi rappresentano quegli uomini che rimangono a terra per non rischiare di cadere, che credono in qualcosa solo quando la vittoria è a portata di mano, sulla cima dell’albero, visibile e raggiungibile. Sono i primi, però, ad arrendersi (o ad invitare alla resa) quando questa vittoria sale, quando diventa difficile, complessa, troppo grande per un uomo che si considera piccolo. La vedono allontanarsi senza seguirla. Smettono di crederci. Smettono di sognare quando il loro sogno diventa un semplice puntino luminoso nel cielo.

Dall’altra parte abbiamo l’atteggiamento della fanciulla. Lei rappresenta coloro che si pongono obbiettivi apparentemente impossibili, infiniti, posti su rami che continuano ad allungarsi. Nonostante ciò li seguono. Non si accontentano di averci provato fino a dove pensavano di poter arrivare. No! Per conquistare il proprio porcospino si spingono anche in quei posti in cui non avevano mai ipotizzato di poter giungere. Sfondano quei limiti che pensavano fossero indistruttibili; annientano quelle barriere che tutti gli altri consideravano infrangibili.

Certo, più sali, più la caduta è dolorosa. Certo, più ti impegni, più il fallimento è lancinante. Certo, più il tuo desiderio è ambizioso, più rischi di non riuscire a realizzarlo. Nonostante ciò, porsi sogni utopici ti obbliga a dare il massimo. Questo tipo di desideri, questi porcospini, ti incitano a non accontentarti, a non sederti sulla vetta di alberi bassi. Ti obbligano a salire, a salire e a salire ancora. Ti impongono una infinita scalata verso una cima di cui nemmeno si conosce l’esistenza, senza nemmeno sapere se esiste una possibilità di riuscita. Ti fanno esternare ogni energia che hai dentro, anche quelle che nemmeno pensavi di avere, quelle di cui eri all’oscuro. Ti fanno raggiungere risultati che non avresti mai pensato di raggiungere, scollinare ostacoli che pensavi insormontabili.

Certo, magari quel sogno non lo realizzerai mai; magari la bambina non ha mai catturato il suo porcospino. Nonostante ciò, nella sua scalata, la nostra eroina ha raggiunto il cielo, le stelle. E, da lì, il panorama che si può osservare è decisamente migliore di quello che si vede dalla cima di un semplice, banale e basso albero.

 

Simone Rosi

 

 

 

 

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