Niente paura

Guardavo quella luce soffusa. Era come un pilastro senza mura. Lì ritta. Ballava a volte. Danzava con il suo amico vento. A volte lo baciava, così per divampare un po’ di più. Ero lì sola, al buio. Accovacciata nell’angolo preferito del divano. Perché c’è sempre un angolo preferito per tutto. Ero lì, non pensavo. È così che il più delle volte mi metto nei guai. È così che il più delle volte litigo con me stessa. Le mie dita si sentivano minacciate da quella stoffa rattrappita, vecchia, rugosa. La tiravano a sé, come se da un momento all’altro dovesse arrivare un uragano. Forse immaginavano che il mio peso potesse diminuire velocemente, che quel tutto attorno a me potesse dileguarsi, che saremmo rimasti solo io e il pilastro metafisico. Era un gioco di ombre cinesi. Sentivo lo scrosciare dell’acqua dall’altro capo della casa. Speravo non finisse mai. Era forse l’unica cosa che in quel momento mi manteneva ancora attaccata alla realtà. Era forse l’unica cosa che non mi lasciava andare lì, sul mio pianeta, lontano da tutto e da tutti. Ed allora eccola lì. Eccola nuovamente di fronte a me. Antica e odierna amica. Tra un divampare e l’altro i miei occhi si facevano sgranati. Le mie orecchie meno tese all’ascolto. Le mie gambe sempre più avvinghiate al mio petto. Eccola là. Guardala tremolante, puzzolente, acida quanto insulsa. Eccola ancora una volta dubbiosa sempre davanti alle difficoltà. Guarda quant’è piccola. Si tiene una mano in bocca come se questa potesse realmente evitarle di urlare, come se, se urlasse, la sentirebbe realmente qualcuno. Guardala, indifesa come un bambino. Un bozzolo attaccato al suo albero.  Mi fai quasi pena lo sai? Le mie braccia incominciavano a tremare, le mie mani si cercavano tra loro, gemelle, senza trovarsi. Mi guardava inferocita. Mi guardava sprezzante. I suoi occhi non tralasciavano nulla. Eccola, la mia coscienza. Lo scenario davanti a me non era realmente cambiato, lo sapevo, ma il cuore accelerava ad ogni battito di ciglia. Vedi? Non sai far altro che stare ferma in un angolino. Lì, tremante. Prendi una decisione o non combinerai nulla nella vita! Guardavo le linee delle mensole, le contavo. Non ti realizzerai mai. Così mi hanno insegnato o così credo che ci si possa calmare. Perderai ciò che ti è più caro. Ma no, niente. Quel groppo in gola era lì fermo e prepotentemente presente. Il respiro si faceva affannoso, la tempia a mo’ di metronomo, pensavo mi stesse per scoppiare. Hai paura. Scrollo la testa, non voglio essere ostaggio di me stessa. Non voglio ascoltare. Hai paura di vivere, di affrontare la vita. La candela fece un cenno di approvazione. La sua proiezione sfiorava la punta del mio ginocchio. Maledetta anche lei. Prendi una decisione, se vuoi andare vai. Ma fallo, adesso. Non ce la faccio. Non posso. Quella stanza divenne una di quelle trappole egiziane, piano piano sempre più piccola. Le mie mani scavano tra una nocca e l’altra. Le decisioni sono decisioni. Non guardi nel futuro, non puoi sapere se saranno o meno giuste.  Ero pietrificata, ero nelle sabbie mobili del mio mondo. Comodo e sicuro. Un muro al cambiamento. D’un tratto una luce accesa e una voce fecero sì che la mia incitatrice si dissolvesse.” Tutto bene?” – “Sì, tutto bene” – “Perché eri al buio?” – “Così”. Gambe rilassate, occhi socchiusi, battiti normalizzati. Un sospiro. Un pallido sorriso. Tutto bene. Niente paura.

Floriana Nicosia

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