Metaviaggio: Un tour delle diverse concezioni del viaggio

“Odio i viaggi e gli esploratori”: queste sono le parole che Lévi-Strauss pone all’inizio del libro che lo renderà celebre in tutto il mondo, Tristi Tropici. L’antropologo strutturalista espone con questa frase, apparentemente di facile comprensione ma che nasconde una riflessione profonda, la sua concezione del viaggio. Egli infatti mostra disprezzo per ciò che il viaggio è diventato nella sua epoca, e questa analisi si dimostra all’avanguardia anche per quanto riguarda l’oggi: “vorrei essere vissuto al tempo dei veri viaggi, quando offrivano in tutto il suo splendore, uno spettacolo non ancora infangato, contaminato e maledetto”.

La contaminazione dei luoghi di interesse di Lévi-Strauss può essere in qualche modo ricondotta alla cosiddetta “geografia dell’illusione”: stiamo palando del viaggio per imitazione, per moda, dettato dalle norme del consumismo: a causa di questa concezione i popoli che vivono nei Paesi designati come meta dei viaggi esotici, organizzati da aziende altamente influenti sul mercato mondiale, spesso sono vittima di pressioni da parte dell’industria del turismo, che tenta di modificarne i costumi, le tradizioni e quindi la stessa originalità, a favore di un interesse maggiore del turista. Oltre alla contaminazione diretta del territorio e della comunità, nell’era digitale assistiamo anche ad una vera e propria contaminazione mentale dell’individuo. Ne parla l’antropologo Giancarlo Ligabue: “L’informazione in tempo reale e internet stanno paradossalmente smussando i misteri, cancellando le fiabe e i miti, rendendo la vita monotona, confezionata e ripetitiva. Gli spazi vuoti non esistono più o sono spazi impossibili. (…) L’apporto culturale del viaggio si traduce nell’esaltazione di un feticismo degli oggetti-ricordo, delle fotografie scattate, dell’esotico in carta patinata e dei filmati da proiettare in testimonianza dell’esperienza vissuta”.

Non sono solo gli antropologi a riscontrare questa concezione contemporanea del viaggio. Italo Calvino nel presentare le sue “Città invisibili” alla Columbia University, spiega così la scelta di utilizzare la figura di Marco Polo: “In tutti i secoli ci sono stati poeti e scrittori che si sono ispirati al Milione come ad una scenografia fantastica ed esotica: Coleridge in una sua famosa poesia, Kafka nel Messaggio dell’Imperatore, Buzzati nel Deserto dei Tartari. Solo le Mille e una notte possono vantare una sorte simile: libri che diventano come continenti immaginari in cui altre opere letterarie troveranno il loro spazio; continenti dell’”altrove”, oggi che l’“altrove” si può dire che non esiste più e tutto il mondo tende a uniformarsi”.

La letteratura novecentesca in generale elabora diverse concezioni del tema del viaggio, fra le quali la più interessante è sicuramente quella che vede il viaggio stesso come espressione del disorientamento dell’uomo contemporaneo alla ricerca di un’identità perduta, come il Mattia Pascal di Pirandello o l’Ulisse di Joyce. Questo disorientamento collega l’esteriore e l’interiore, il viaggio fisico e quello psicologico.

Ma nel corso della storia il viaggio non ha avuto solo connotazioni negative, anzi, la maggior parte delle epoche vede il viaggio come una risorsa sia intellettuale che economica. Quest’ultima è chiaramente identificabile a partire dal 1500, secolo che con la scoperta delle Americhe divenne un secolo di viaggi alla scoperta di ricchezze nei nuovi territori, ma anche di soprusi nei confronti dei popoli indigeni, considerati inferiori e di conseguenza sfruttati come forza lavoro a basso prezzo.

Per quanto riguarda invece la ricchezza intellettuale, è possibile fare un’ulteriore suddivisione: è esistita e ancora esiste la concezione di viaggio come azione religiosa, che si concretizza nella pratica del pellegrinaggio: questa visione ha le sue radici nell’espiazione del peccato originale, compiuto da Adamo ed Eva, costretti a lasciare il giardino dell’Eden e a viaggiare continuamente. Questo viaggio diventa quindi occasione di purificazione, e ha come mete più frequenti luoghi di culto più o meno importanti: ne sono esempio Santiago de Compostela per il cristianesimo, Gerusalemme per cristianesimo ed ebraismo, la Mecca per la religione islamica, Bodhagaya per quella buddhista.

Oltre alla visione religiosa del viaggio, abbiamo quella che ha come scopo la conoscenza, portatore della quale è il personaggio di Ulisse, a cui Dante guarda con occhio critico pur essendo accomunato a lui dalla sete di conoscere, la curiositas, che porta entrambi ad una scoperta. Per Dante il viaggio è la ricerca della salvezza in Dio il che lo riconduce, seppur attraverso un pellegrinaggio non fisico, alla visione religiosa del viaggio nominata in precedenza. Per quanto riguarda l’eroe greco, invece, il “folle volo” lo porta ad osare, spingendosi al di fuori dei limiti imposti dalla ragione e a guadagnarsi quindi un posto nell’ottava bolgia (quella dei consiglieri fraudolenti). Nonostante la condanna di Ulisse, Dante nutre un profondo rispetto per questa figura, con la quale sosterrà un dialogo che copre quasi tutto il canto.

Vi sarebbero altri infiniti modi di trattare il tema del viaggio, ma una cosa ne accomuna la gran parte: l’apertura all’Altro e alle culture diverse dalla propria. Apertura che a volte avviene tra pari, e altre volte tra un gruppo che si ritiene superiore ad un altro che spesso viene sottomesso. Questo errore è stato commesso diverse volte nel corso della storia, anche in epoca moderna, da parte di chi intende studiare l’uomo “primitivo” analizzando i membri superstiti delle civiltà indigene, e finisce per porsi con un atteggiamento di superiorità nei loro confronti, in quanto ispirato da un ideale che mette la civiltà occidentale al di sopra di tutte le altre.
Chi invece non fece lo stesso errore fu Marco Polo il quale, nel Milione, riporta tradizioni e costumi di popoli diversi dal suo con imparzialità e impersonalità, descrivendoli con un’obiettività che supera la mentalità medievale sia sul piano morale che sul piano religioso.

 

 

Noemi De Petris

 

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