ARRIVEDERCI AMARA TERRA MIA! Storia di un viaggio col cuore pesante

 

Sono sempre stata persuasa dell’idea che nella vita a poco serve parlare di ciò che si vorrebbe, dei sogni nel cassetto, quando non sei disposto a realizzarti, ad alzare la posta in palio. A poco serve stare fermi davanti ad un ostacolo, senza avere la forza, o meglio il coraggio, di cercare di affrontarlo coi propri mezzi, con fatica, con dedizione. Serve poco aspettare che arrivi qualcuno a salvarti se non sei disposto a spostarti dallo stato di pericolo, a lottare e crederci un po’ di più.

Quante volte abbiamo sentito il parallelismo della vita come una strada. Bhè solita retorica dirai mentre leggi. E io sono qui a risponderti che è vero, farò retorica, ma la vita è una strada. Prova a rispondere a queste domande: quanto sono consumate le tue scarpe? Quanto sono vecchie? E rotte? Quanto i calli sotto i piedi li senti duri? Dove pensi di essere arrivato? Ma soprattutto, come la stai percorrendo? Cammini o corri? Tutte domande che lasciano un po’ perplessi, persino me che scrivo. Come si fa durante il percorso a capire in che punto ci troviamo. Come si fa a capire se si sta camminando nella direzione giusta oppure no. Non lo so e forse sarà solo il tempo a dirlo.

Ma so per certo che ogni esperienza che rivoluziona le logiche della consequenzialità e della monotonia serve alla crescita personale di ciascuno di noi. Non conta l’età, non conta il trascorso. Ad un certo punto, sei costretto a riflettere su te stesso, a porti quelle domande. E proprio quando lo fai e perché lo fai stai già imparando qualcosa.

Qualsiasi piccolo gesto della vita, vuoi o non vuoi, ti cambia. Magari è un futile attimo, una parola, gli occhi di uno sconosciuto per strada, un uomo sul marciapiede che chiede le elemosina. Tutto può cambiarti, può darti un insegnamento. Sono tutte chiavi per leggere in modo diverso la vita, basta saperle cogliere e analizzare.

Tutte le esperienze dell’esistenza sono così, un po’ come quando da piccolo dici “Io a diciotto anni guiderò, sarò indipendente e andrò a vivere da solo”. E sarà sempre troppo tardi quando ti accorgerai che la vita non è poi così facile, così scandita da tempi uguali per tutti e che le responsabilità arrivano.

La prima volta che presi coscienza di ciò sono partita. Da un piccolo paesino della Calabria ho fatto le valigie per intraprendere un percorso che sapevo mi avrebbe formata, ma mai mi sarei immaginata a tal punto. Capisci proprio in quel momento tardo che a 18 anni non è come pensi da bambino, dove tutte le tappe si susseguono con un filo logico, senza mobilitazioni improvvise, senza il caso. Si imparano a riconoscere le responsabilità che derivano da una scelta. Quelle che hai verso gli altri, verso le persone che ti stanno intorno, e quelle che hai verso te stesso, forse le principali. Vedi queste responsabilità solcare il viso di tuo padre il giorno in cui lasci la casa che ti ha dato i primi Natali, il luogo che ti ha visto fare i primi passi e che i tuoi occhi hanno sempre riconosciuto come casa. Le riconosci quando celate dietro un “mi raccomando”. Le riconosci quando queste lacrime cadono salate lungo le guance, ma anche quando non sono così evidenti. Anzi, forse ancor di più in quest’ultimo caso quando da un semplice sguardo capisci di volere che quegli occhi risplendano la gioia della soddisfazione, magari per te. Impari a vedere in quell’acqua e sale un mare di rabbia, speranza e amore. Rabbia contro una terra martoriata che non sa trattenerci. Meravigliosa è dir poco, ma mai florida per vederci crescere lì forti e robusti per piantare radici stabili. Un po’ come quel corso d’acqua, quel rivolo talmente piccolo da non riuscire a dissetare tutta la terra intorno che si fa arida, secca, priva di vita. Ecco, questo corso d’acqua è ognuno di noi in un luogo dove non è riconosciuto il talento che possiede, non è incitata la forza, dove non esiste il coraggio. Dovrai arrenderti che da solo non potrai cambiare tutto, non potrai dissetare tutta la terra che ti circonda. E allora cosa fai? Con quella incertezza nel futuro, con quella paura di non veder mai nulla intorno a te di davvero tuo? Niente che ti appartenga, che ti faccia dire “però” all’elenco delle cose che non sono andate come avevi previsto o come volevi. Dovrai accettare che ognuno di noi, da solo, è perso e impotente. Se le tue mani sono le sole a costruire e tutte quelle intorno a te distruggono, non arriverai lontano né per te e né per loro.

Quando cambi la tua vita così radicalmente, ad un’età così difficile dove tutto è amplificato, non è facile. Nel periodo della vita dove vedi di più, senti di più e quindi subisci di più è sempre un mettersi alla prova. È sempre un cadere e rialzarsi. Ti accorgi che sta cambiando tutto quando nelle orecchie non senti più la cadenza del tuo dialetto, quando nel viaggio le voci di chi chiama a casa per tranquillizzare i parenti si fanno lontane. Quando non dai più del “tu” nel negozio dove vai a fare di solito la spesa, ma dai del “lei” alla cassiera cortese che ti chiede se vuoi un sacchetto. E ancora, quando non vedi più il solito vecchietto sulla panchina di legno, sempre la solita alla solita ora, che si guarda le mani sporche di terra: sta tornando dai campi e approfitta dello zampillo per rinfrescarsi.

Ma come dice la poesia di Gianni Rodari, “Il treno degli emigranti”, parlando della sua valigia: “no il cuore, non l’ho portato:/ nella valigia non c’è entrato./ Troppa pena aveva a partire,/ oltre il mare non vuol venire./  Lui resta, fedele come un cane,/ nella terra che non mi dà pane:/ un piccolo campo, proprio lassù…/ma il treno corre: non si vede più”.

Il cuore resta sempre pesante di quel ricordo, dell’ultimo sguardo che hai dato alla tua terra. Quello fugace mentre il pullman o il treno corrono via.

Arrivederci amara terra mia!

 

Maria Sola

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