Exit West è la porta che abbiamo paura di attraversare.

Qualche mese fa, in una tipica serata modenese di nebbia e umidità che penetra i vestiti, sono uscita per attraversare il deserto.

Proprio così: ho messo il cappotto, sono salita in macchina, ho percorso viale Amendola e, passati velocemente sotto gli occhi i palazzoni del direzionale 70, non mi restava che attraversare una porta e iniziare il mio viaggio.

Con gli occhi coperti da un nastro di stoffa e l’udito mascherato da un paio di cuffie, sono stata trasportata da voci di una lingua non mia, che mi intimavano di alzare le braccia, porgere repentinamente documenti, sedermi e alzarmi al loro comando. Ho sentito lo scricchiolio della sabbia sotto i miei calzini pesanti, buffamente fuori contesto in mezzo a tutto quel caldo artificiale. Mentre facevo tutto questo, mentre continuavano a dirmi cosa fare e mentre sgomitavo per un posto in mezzo a corpi per me senza volto, anonimi e bui proprio come il mio, continuavo a chiedermi cosa mi aspettasse. Quale fosse il senso di quel viaggio che dovevo intraprendere senza conoscerne l’epilogo, fosse esso una nuova casa o un modo esasperato per lasciarne una che non riconoscevo più.

Fortunatamente per me il viaggio iniziava e finiva lì, nell’arco di una ventina di minuti, con il cappotto e un paio di scarpe fuori da una stanza ad aspettare. Mi aspettavano anche dei volontari del Festival della migrazione, seduti su un cartellone grandissimo, steso per permetterci di lasciare un pensiero sul viaggio così particolare che avevamo intrapreso, quasi a dover tracciare un segno di quella nostra permanenza così sfuggente. Non ricordo bene cosa scrissi, probabilmente qualcosa sulla difficoltà di immaginare una casa al di là del deserto quando in realtà una casa lì non c’è, ma è solo una speranza tutta da costruire.

Exit west è un libro che parla proprio di questo, della necessità di partire e costruire una speranza, ma anche del dolore di dover lasciare una casa che, seppur molto amata, sembra pian piano cadere a pezzi.

Mohsin Hamid non ci svelerà mai dove si trovi la casa che i due protagonisti, Nadia e Saeed, stanno lasciando, né quale famelica guerra stia imperversando nel loro paese. Scrive di miliziani e suoni d’Oriente, di terrazze stracolme di limoni e finestre lacerate, lasciando al lettore il compito di mettere in fila i pezzi di un presente letterario pericolosamente vicino al nostro. Ma non si limita a descrivere un presente romanzato fatto di bombardamenti e relazioni interfacciate dall’homepage di un social network. Con un espediente letterario finissimo ci conduce verso un nuovo modo di raccontare la migrazione.

Infatti, fra le macerie lasciate dalla guerra civile sembra stagliarsi una speranza. Circola voce che esistano dei passaggi segreti, chiamati da tutti black doors, porte da attraversare per materializzarsi da qualche altra parte del globo, magari in un luogo dove ricostruire la propria casa, senza granate e alberi di limone ormai lasciati seccare al sole.

Ma anche la speranza ha un prezzo: per i due giovani avrà quello amaro di un addio, perché, come scrive Hamid, “così vanno le cose, quando emigriamo assassiniamo coloro che lasciamo alle spalle”.

Nadia e Saaed, che vedono la loro relazione sgretolarsi insieme alle facciate delle loro case, decidono di sacrificare la vita presente in cambio di una possibilità di un futuro insieme: con un passo arriveranno a Mykonos, dove troveranno migliaia e migliaia di profughi lasciati in pausa come loro, ad aspettare che qualcuno si accorga di tutte quelle vite interrotte. La permanenza in quel non luogo, dove stranieri e autoctoni sembrano non mescolarsi mai, dove il vivere sembra lentamente trasformarsi in mero sopravvivere, segna l’inizio del peregrinare dei due protagonisti. Con loro e gli altri avventori delle black doors rincorreremo storie a Londra, primo luogo in cui i due cercheranno di ritrovare identità e sogni, ma anche ad Amsterdam, in Messico, ovunque qualcuno deciderà di lasciare una porta alle spalle.

In questo senso Exit West riesce in qualcosa di straordinario. Parlando di porte diventa porta esso stesso, costringendoci a diventare emigrati nelle storie di luoghi, tempi e sentimenti lontanissimi da noi.

Dopotutto, come ci insegnerà un’anziana signora di Palo Alto alle prese con la migrazione di massa data dall’apertura delle porte, “siamo tutti migranti attraverso il tempo”.

Che sia in una serata di novembre, o davanti all’ennesimo servizio al telegiornale, o ancora attraverso la parole cristalline di Mohsin Hamid, una cosa è chiara: non possiamo più permetterci di negarlo.

 

 

Alessandra Marani

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