FEDELTÀ ALL’ARTICOLO 27

Quotidiani, telegiornali e riviste di cronaca sono col-mi di notizie circa omicidi, maltrattamenti e violenze. L’origine della violenza risiede in quella serie di impulsi di ira che si manifestano solitamente nei confronti di coloro che hanno la lama del coltello dritta davanti agli occhi. Luoghi inconsueti di espressione di forme di violenza sono le carceri italiane, all’interno delle quali si verificano sempre più atti di ferocia da parte di pubblici ufficiali nei con-fronti dei detenuti o presunti tali. Il movente? Una scarsa collaborazione? Un silenzio profondo in risposta alle ripetute richieste? Falsa testimonianza? O forse il rifiuto della proposta di fare la fonte confidenziale? Certamente nessuna delle ragioni sopra elencate è abbastanza valida ed efficace per poter giustificare azioni crudeli verso il prossimo. Ciò premesso, sono svariati i giovani che hanno pagato i loro errori, dalla gravità più o meno discutibile, con la loro stessa vita: Federico Aldrovandi, 2005; Giuseppe Uva, 2008; Stefano Cucchi, 2009; Riccardo Magherini, 2014 e come loro tanti altri. Era, per i soggetti in questione, una notte come tutte le altre notti all’insegna dello svago e del diverti-mento, accompagnati, ahimè, da una sostanza ormai amica ed illegalmente di troppo. Quell’atmosfera, che profumava quasi di monotonia, venne interrotta dall’arrivo dei carabinieri e dalla seguente perquisizione in caserma. Poche ore dopo il loro disarmante ed inaspettato decesso. Le modalità, le tempistiche e le ragioni sono disparate e non generalizzabili; analoghi erano invece i segni sul loro corpo.

Le autopsie hanno confermato la presenza di ecchimosi diffuse, ferite, volti tumefatti e lesioni a parti del corpo delicate, come al cranio, alla colonna vertebrale e ad alcuni organi interni. L’esame medico sul corpo delle vittime ha inoltre accertato che le cause di tali lesioni erano riconduci-bili a pugni, calci e colpi violenti, risalenti a dopo l’arrivo in caserma. Dietro a prove medico-scientifiche non ci si può più nascondere. Si è in presenza a tutti gli effetti di una violazione dei diritti umani, gli stessi diritti tanto difesi anche dall’articolo 27 della costituzione vigente. Sono perentorie infatti le parole del testo costituzionale (art. 27, comma 3) che riportano quanto segue:”Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.”. Sufficientemente esplicita è dunque la funzione della pena, la quale deve essere formativa e non sanzionatoria; in altre parole è necessario creare, all’interno delle case di detenzione, le condizioni necessarie affinché il carcerato, dopo aver scontato la pena,
possa reinserirsi dignitosamente nella società e, per-ché no, ripartire proprio da dove tutto si era per lui interrotto. I casi sopra riportati ed i dati numerici, i quali stimano 172 decessi in carcere nell’anno 2009, 184 nel 2010 e 165 nel 2011, appaiono fortemente in contrasto con quanto prescritto dal legislatore. Ciò a cui si auspica è di poter ottenere un sistema penitenziario abbastanza giusto per poter garantire un’adeguata corrispondenza tra condanna inflitta e reato commesso ed abbastanza sensibile per poter guarda-re oltre la pena. Ergo, si punta ad una giustizia che miri a punire chi ha peccato in maniera non violenta ma severa e corretta, senza più avere la presuntuosa convinzione che da dietro le sbarre nessuno mai parlerà.

 

 

Matilde Lonighi

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